Anna dei miracoli

Benvenuti o bentornati sul nostro blog. Ormai ottobre è passato e ammetto che per il blog è stato un periodo interessante, visto che si è incentrato unicamente sulla saga horror di Halloween. Una saga con un capostipite che ha fatto la storia del cinema e che si merita assolutamente l’appellativo di capolavoro. Una saga con molti seguiti, alcuni dei quali molto validi, altri mediocri e altri ancora su cui è meglio stendere un velo pietoso. Una saga interessante insomma, a cui sono molto molto legato (e appassionato) ma di cui non ho finito di parlare, dato che mancano Halloween II di Rob Zombie e Halloween di David Gordon Green. Questo perché non sono riuscito a far entrare tutti gli articoli nel mese di ottobre e anche perché necessito di una piccola pausa dalla saga altrimenti vedrò Michael Myers anche nei miei sogni. Quindi per il momento mi concentrerò su altri progetti.
In questo caso non parlerò solamente di film all’infuori di Halloween, ma mi prenderò anche una piccola pausa dal genere horror. Adoro parecchio questo genere cinematografico e potrei parlarne sempre, ma voglio dar spazio ad altri generi che adoro e soprattutto non voglio concentrarmi in un unico argomento ma spaziare ampiamente nel mondo del cinema, parlando un po’ di tutto. Ci sono tanti film belli o interessanti i cui voglio assolutamente parlare, ma per il momento meglio se mi concentro su quest’opera di cui volevo discutere da tanto ormai. Facciamo quindi un passo indietro negli anni ’60.
Ecco a voi Anna dei Miracoli (The Miracle Worker), pellicola biografica e drammatica del 1962 scritta da William Gibson e diretta da Arthur Penn.

Trama:
La storia inizia verso la fine del 1800 a Tuscumbia, Alabama: Arthur Keller (Victor Jory) e sua moglie Kate Keller (Inga Swenson) sono molto preoccupati per loro figlia, Helen Keller, di soli 19 mesi che si è ammalata gravemente. Il dottore riesce a farla guarire, descrivendo la sua malattia come “un’acuta congestione dello stomaco e del cervello”, quindi probabilmente meningite o scarlattina. Dopo che il medico se ne va, Kate fa una scoperta terrificante: sua figlia non la sente e poco dopo nota che non vede più. Passano gli anni e Helen (Patty Duke) è ormai cresciuta. Per via della sua condizione, i genitori l’hanno fatta crescere dandole la più completa libertà e per questo motivo può fare tutto ciò che vuole, mangiare come vuole e andare in giro come le pare. Il problema è che adesso è diventata una mina vagante che rischia di fare del male a se stessa e agli altri e crea un clima caotico e rumoroso a casa. Nonostante il loro amore, la ragazzina è diventata ingestibile per i Keller, soprattutto per Arthur e il figlio James (Andrew Prine) e, se la situazione non cambia, saranno costretti a rinchiuderla in un ospizio per malati mentali. Fortunatamente la madre riesce a convincere il marito a provare ancora e per questo contattano un centro di Boston per farsi mandare una persona adatta a seguire Helen. Viene contattata così la Perkins School for the blind che decide di mandare dalla famiglia Keller la giovane Anne Sullivan (Anne Bancroft), una donna che si è appena diplomata. Nonostante si sia appena diplomata, dimostra fin da subito una grande determinazione nel voler aiutare Helen. L’incontro tra le due non inizia nel migliore dei modi per via del comportamento ribelle della ragazzina e anche per colpa dei genitori di Helen che continuano a giustificare i comportamenti della bambina e a farle fare tutto quello che vuole. Anche se la situazione è problematica e i genitori sembrano aver perso ogni speranza, Anne farà di tutto per fare in modo di comunicare con Helen e a farle imparare il linguaggio dei segni.

Sono veramente felice di poter parlare di questo film, anche perché così ho l’occasione di introdurre sul blog un grande regista come Arthur Penn. Penn è stato uno dei registi più importanti di sempre e ci ha regalato delle perle e dei capolavori del cinema. Prima di diventare un grande regista del grande cinema, diresse alcuni episodi di molte serie televisive degli anni ’50, tra cui alcuni episodi di Playhouse 90 (ci torneremo più avanti). Inoltre è stato anche un regista teatrale, che riuscì a farsi un nome a Broadway grazie a due opere: una era Due sull’altalena e l’altra invece era Anna dei miracoli. Dopodiché fece il suo debutto al cinema con Furia selvaggia – Billy Kid, un western molto interessante. Però penso che alcuni di voi lo conoscano soprattutto per il film Gangster Story, una pellicola che parla della storia di Bonnie e Clyde. Un regista con una carriera di tutto rispetto che ha creato dei film molto importanti e fra questi c’è anche Anna dei miracoli, il suo secondo lungometraggio. Come nacque però il film?

Prima avevo citato la serie televisiva Playhouse 90 e infatti in quella serie venne trasposta come sceneggiato televisivo per la prima volta al storia di Anne ed Helen. La prima televisiva venne trasmessa il 7 febbraio del 1957 e lo sceneggiatore e il regista erano rispettivamente William Ginson e Arthur Penn. L’episodio ebbe successo e Penn e Gibson deciso di portare questo storia a Broadway e farla diventare un’opera teatrale dove vennero scelte come protagoniste Anne Bancroft e Patty Duke. L’opera ebbe un successo enorme, debuttò nell’ottobre del 1959 e rimase in scena fino al luglio del 1961 con ben 719 repliche. Il successo fu tale che convinse Hollywood a produrre un film. La casa di produzione che si occupò di ciò fu la Playfilm Productions e della distribuzione invece si fece carico la United Artists.
All’inizio le due attrici protagoniste rischiarono di non ricevere la parte. La Bancroft rischiò molto perché la produzione voleva un nome più conosciuto, infatti avevano pensato di prendere per il ruolo di Anne o Elizabeth Taylor o Audrey Hepburn e, se il regista e lo sceneggiatore avessero accettato, gli avrebbero dato un budget di due milioni di dollari. Penn e Gibson rifiutarono, volevano che Bancroft riprendesse il suo ruolo e per questo la produzione abbassò il budget a cinquecento mila dollari (una diminuzione decisamente drastica). Mi ha sempre fatto piacere però vedere come Penn e Gibson siano rimasti fedeli all’attrice e immagino la faccia della produzione quando la Bancroft vinse l’Oscar come miglior attrice protagonista. Per Patty Duke invece il problema riguardava l’età. Quando questa storia avvenne, la vera Helen Keller aveva sette anni e Duke invece era un’adolescente. Riuscì ad ottenere il ruolo perché venne presa la Bancroft e quindi decisero di rimetterle insieme visto che conoscevano bene i propri ruoli e sapevano come interagire.

Visto che abbiamo parlato di queste due attrici, direi di iniziare parlando proprio della loro interpretazione, un’interpretazione che possiamo definire incredibile. Bancroft interpreta Anne, una donna ipovedente che accetta il suo primo lavoro ovvero quello di aiutare Helen a comunicare. Mostra fin da subito un comportamento molto diretto e questa cosa non dà una buona impressione ai Keller visto che lei non è il tipo di assistente che si aspettavano. Anne però non si fa sconfortare dai loro giudizi e inizia fin da subito a occuparsi della bambina, nonostante tutte le difficoltà presentate dalla piccola Helen ma soprattutto dai suoi genitori. Infatti i genitori non ci vengono dipinti come delle brutte persone, amano veramente la loro figlia ma non sanno come gestirla e l’hanno cresciuta attraverso la loro pietà e le hanno permesso di fare tutto. Ed è proprio per via di questa pietà che Helen è così ed è sempre essa a creare difficoltà e rabbia in Anne. Difficoltà per come è cresciuta la bambina e per il fatto che i genitori l’accontentano sempre e rabbia perché così facendo è come se la famiglia si fosse arresa e la trattassero come una persona che non andrà da nessuna parte nella vita. E questo fa arrabbiare Anne ed è per questo che è severa con Helen, trattandola come un’umana, come una sua pari. Qui Anne dimostra una grande inventiva ed è bello vedere come non cede alle pressione dei genitori e rimane ferma sulle sue idee.

E ora parliamo invece del personaggio di Helen Keller. Lei è sorda e cieca fin da quando aveva 19 mesi e si è dovuta adattare per conto suo, cercando dei metodi per comunicare con gli altri. L’unico gesto però che è comprensibile per i genitori è una mossa che fa con la mano quando vuole la mamma, per il resto non si è riusciti a trovare un metodo di comunicazione e per questo da alcuni, come ad esempio James, viene considerata come una stupida. Invece la bambina è molto intelligente, come ripete spesso la madre e come nota fin da subito Anne, basta pensare a quando nasconde la chiave. Il suo problema è che è cresciuta nella più completa libertà, senza regole e viziata parecchio e per questo motivo fa tutto ciò che vuole come ad esempio mangiare con le mani nei piatti degli altri o altri comportamenti a volte violenti (che a volte sono i suoi modi per comunicare). Ed è appunto per questa libertà che si scontra malamente con Anne che cerca invece di darle delle regole. La cosa stupenda dell’interpretazione di Patty Duke è che sembra veramente una ragazzina sorda e cieca e, visto che non riesce a pronunciare parole, deve basare tutta la sua recitazione attraverso i gesti del corpo e la sua espressività. E fa un lavoro incredibile quanto quello di Anne Bacroft. E il rapporto tra le due è molto bello così come lo è la sua evoluzione. I contrasti iniziali pian piano si trasformano in rispetto e affetto. Inoltre le due, ma soprattutto Anne, ci donano uno spaccato storico riguardante la fine del 1800 e in particolar modo sui manicomi, dei luoghi orrendi, senza cure e igiene dove venivano messe le persone bisognose o malate che nella maggior parte dei casi morivano là dentro. Un luogo terrificante che Anne conosce molto bene e basta il suo discorso per far venire i brividi lungo la schiena dello spettatore.

E adesso passiamo a uno degli elementi migliori di tutti: la regia. Dopo Billy Kid, Penn è maturato moltissimo come regista e con questo film lo dimostra alla perfezione. Il ritmo del film è perfetto, non annoia mai, non ci sono momenti morti o punti dove il film accelera, tutto è reso in maniera eccellente e si rimane interessati dai suoi personaggi, dal metodo d’insegnamento di Anne e dal rapporto che si creerà tra le due. Le scene che dirige Penn sono molto belle e curate, apprezzo molto il modo in cui decide di mostrare i ricordi di Anne ovvero sovrapponendo le immagini ed è interessante la scelta che ha fatto di mostrare questi ricordi sfocati (e visto che lei è ipovedente ci sta benissimo). Inoltre ci sono dei tagli di luce molto interessanti e complessi fatti in modo da mettere in risalto punti ben precisi come ad esempio gli occhi o le mani. Penn è bravissimo a costruire le varie sequenze e l’esempio migliore che posso portare è lo scontro tra Anne e Helen durante la colazione. Anne qui non sopporta il fatto che Helen mangi nel piatto degli altri e cerca di farle nel suo di piatto e qui nasce lo scontro dove mettono a soqquadro la cucina. E’ una scena che a molti può sembrare semplice ma in realtà è molto complessa e montata in maniera impeccabile e dura ben otto minuti, otto minuti che ho percepito come se fossero quattro per quanto riusciva a scorrere bene. Una delle scene che però ho amato di più, una scena molto potente sia a livello visivo che emotivo, è la scena dell’acqua verso la fine del film. Non dirò assolutamente niente a riguardo per non rovinare la bellezza del momento (e della pellicola) a chi non ha visto il film, ma è un momento veramente dolce e commuovente e che tutt’ora mi rimane fortemente impresso.

Per concludere Anna dei miracoli è un capolavoro e lo dico con convinzione. E’ un film in cui Penn dimostra la sua bravura dietro la macchina da presa, dove riesce a creare una pellicola che scorre benissimo e delle scene stupende in tutti i sensi. E le due attrici protagoniste sono di una bravura enorme e si sono merita gli Oscar. Ciò che più adoro è che non è un’opera melensa. In molti film, quando si parla di persone menomate e malate o anche diverse si tende ad avvicinarle al pubblico attraverso la pietà e questa è una cosa che non mi è mai piaciuta. E’ un po’ come dice Anne Brancroft, se proviamo solo pena verso quell’individuo in un certo modo lo sminuiamo e ci dimentichiamo che è un essere umano e che dovremo trattarlo come un nostro pari e non come un cane bastonato. Come ho già detto, il film funziona in ogni cosa e consiglio a tutti voi di guardarlo e riguardarlo più volte.

Spero che la recensione vi sia piaciuta.
Alla prossima!

[The Butcher]

21 pensieri riguardo “Anna dei miracoli

  1. Molto interessante! Però purtroppo non conosco niente di Arthur Penn, devo decisamente rimediare…

    (ti capisco per voler prendere una pausa da Michael Myers, ne hai recensiti fin troppi di film della saga in un mese solo! :–)

    1. Sono felice che ti interessi! Penn l’ho conosciuto proprio grazie a questo film. È un regista straordinario e sono sicuro che saprà sorprenderti. E questa pellicola ne è l’esempio perfetto: girato benissimo, fotografia stupenda, attori in gamba e una storia commovente e bellissima. Te lo consiglio caldamente!

  2. […] o bentornati sul nostro blog. Nello scorso articolo abbiamo discusso di Anna dei miracoli, un film diretto da Arthur Penn e tratto da una storia vera, che si è rivelato un vero e proprio […]

    1. Lo conosco per sentito dire. Comunque ti correggo subito. Il film non parla di disabilità ma della sindrome di Asperger. È un errore comune che fanno in molti e quindi ci tengo molto a far capire la differenza alle persone visto che il tema Asperger mi sta molto a cuore.

      1. Aspetta, me lo sono ricordato spontaneamente: se non ricordo male la tua fidanzata è Asperger. Ad ogni modo, mi scuso se ho commesso un errore e/o un’indelicatezza a definire questa sindrome una forma di disabilità.

        1. Sì, ti ricordi bene. Comunque non ti devi scusare! So molto bene che non l’hai detto con cattiveria, non ti devi preoccupare. Più che altro è un errore comune che sento dire da tantissime persone in maniera anche ingenua. C’è da lavorarci molto su questa cosa. Come ti ho detto comunque, non ti devi scusare. Ormai ti conosco bene e so che sei tutto tranne che insensibile o indelicato.

    1. I know that documentary very well. It’s really beautiful. Except that the two films talk about this issue differently. The Miracle Worker does so by telling a true story in a cinematic way, Herzog instead through the documentary in which the director himself has close contact with the people he films.

      1. I hope to see the film “The Miracle Worker” someday. When the respective festival of Herzog films in Taipei, I missed it but the title catches my interest at once. As you said, it’s beautiful. The first time when I found “Land of Silence and Darkness”, I watched it without subtitle (I don’t understand German), in the darkness trying to catch some from the screen and in the air…, an unforgettable experience trying to comprehend the world of silence.

  3. Cercai questo film su internet, ma purtroppo non lo trovai. Mi commosse la storia della Heller ❤ una grande donna da ammirare e da prendere come esempio… fortunata anche nell’aver avuto accanto qualcuno che l’ha spronata e l’ha incoraggiata rispetto alla sua disabilità. Pensa che su facebook ho anche salvato una sua bellissima foto a colori 😍 perché oltre che essere bella dentro, lo era anche fuori.

    1. La storia vera è veramente incredibile e piena di coraggio e amore e il film riesce a trasmettere tutto ciò in maniera perfetta, senza essere troppo melanconico e senza esagerare, ma mostrandoci una grande umanità e una grande forza di volontà da parte di due persone stupende. È un film che amo tantissimo e per fortuna che ultimamente ne hanno fatto una ristampa (anche se solo in Dvd ).

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