Case 39

Benvenuti o bentornati sul nostro blog. Dopo essere tornati momentaneamente nel mondo dell’animazione, torniamo a parlare di nuovo del genere horror. Ne sono consapevole, è un’alternanza veramente strana, ma mi piace molto. Questa volta volevo discutere di una pellicola che mi era rimasta molto impressa diversi anni fa. Diciamo che questo film fece parte delle mie prime esperienze videoludiche quando scoprii di amare il cinema. Grazie a quel piccolo capolavoro di Lasciami Entrare, e qualche anno dopo al bellissimo Hugo Cabret, mi appassionai alla settima arte e me ne interessai con molto più serietà. A quei tempi avevo quattordici anni e ancora non conoscevo molto bene il mondo del cinema, e avevo ancora una scarsa conoscenza di film e registi. E quindi iniziai con una ricerca fatta in maniera molto ingenua e confusa di alcune pellicole che mi potessero aiutare a capire meglio questo mondo. Grazie a Lasciami Entrare avevo già compreso che l’horror sarebbe entrato di prepotenza tra i miei generi preferiti e in quel campo ammetto di aver fatto un buon lavoro con i registi e i film perché scoprii subito Carpenter, Dante e Cronenberg e recuperai anche alcuni classici degli horror anni ’30 ed è lì che poi mi innamorai di Frankenstein. Oltre a conoscere molto grandi registi dell’horror e alcuni capolavori senza tempo, mi imbattei anche in altre pellicole dell’orrore di vario tipo: principalmente B-Movie anni ’80 (quanto mi sono divertito!) ma anche horror psicologici e con elementi sovrannaturali. E tra tutti questi Shiki me ne fece conoscere uno che stranamente ricordo con chiarezza. A distanza di anni, colto da una particolare nostalgia, ho rivisto il film sempre in compagnia di Shiki, anche per vedere se il film era meglio e peggio di quanto mi ricordassi. Ed è qui che comincia la recensione.
Ecco a voi Case 39, pellicola horror del 2009 scritta da Ray Wright e diretta da Christian Alvart.

Trama:
Emily Jenkins (Renée Zellweger) è un’assistente sociale. Ogni giorno lei si impegna affinché i bambini che le sono stati affidati riescano a vivere un’infanzia felice in ambienti a loro confacenti. Il suo lavoro è molto complesso e purtroppo molte volte si ritrova davanti a dei casi veramente complessi dove lei non può assolutamente fare nulla. Emily sta seguendo ben trentotto casi e il suo capo le mette sulla scrivania il trentanovesimo. Emily vede che la bambina di questo nuovo caso si chiama Lillith Sullivan (Jodelle Ferland) e si interessa subito alla sua situazione. Quando Emily va a visitare la casa della piccola, parla anche con i suoi genitori, Margaret (Kerry O’Malley) ed Edward (Callum Keith Rennie). L’incontro con i genitori non è dei migliori, entrambi accolgono molto male l’assistente sociale e si mettono tutti e due sulla difensiva. In seguito ci saranno altri incontri con la famiglia Sullivan e la piccola Lillith rivelerà a Emily che i suoi genitori la odiano e che vorrebbero mandarla all’inferno. Emily cerca di far parlare Lillith ma la bambina si chiude nel silenzio. Una notte la bambina telefona a Emily e le chiede aiuto perché i suoi genitori vogliono ucciderla. L’assistente sociale accorre in soccorso della bambina insieme al suo amico detective Mike Barron (Ian McShane). Quello che trovano è terrificante: i genitori stanno cercando di uccidere la figlia mettendola dentro al forno accesso. Fortunatamente riescono a fermarli, i coniugi vengono arrestati e Lillith viene affidata a Emily fino a quando non troveranno una famiglia disponibile ad adottarla. Ed è qui che la protagonista inizierà a notare qualcosa di strano in Lillith, qualcosa di inquietante e orrendo.

Sono anni che non vedevo questa pellicola. Prima ho fatto un lungo discorso sui film che stavo cercando per potermi fare una cultura cinematografica, l’ho già scritto altre volte e mi piace ripeterlo perché è stato comunque un periodo molto divertente. E in quel periodo mi è capitato di vedere proprio questo film. Partiamo parlando del regista, Christian Alvart. In realtà non c’è tanto da dire su di lui, Case 39 è stato il suo terzo film per il grande schermo (i primi due non ho ancora avuto modo di vederli anche perché non li trovo), doveva uscire nel 2008 (fu già completato nel 2007) ma venne posticipato e portato nei cinema solo nel 2009. In quell’anno uscì un altro film del regista, l’horror fantascientifico Pandorum , pellicola che ho trovato interessante e che per certi versi associo molto spesso a Punto di non ritorno, sia per i loro difetti che per tutte le potenzialità che avevano. Dopo Pandorum, Alvart è poi finito nel mondo della televisione, dirigendo episodi di diverse serie televisive.

Per quanto riguarda il cast ci troviamo davanti a un gruppo di attori veramente in gamba e ben preparato. Renée Zellweger non credo abbia bisogno di presentazioni, ormai è una grande attrice che in molti conoscono per Il Diario di Bridget Jones, ma che ha una carriera di tutto rispetto nella quale ha vinto perfino due premi Oscar. Abbiamo un attore con una certa esperienza come Ian McShane e un ottimo Bradley Cooper nel ruolo di Douglas J. Ames, un uomo innamorato di Emily, e infine una giovanissima Jodelle Ferland, un’attrice veramente brava e talentuosa che a mio avviso si meritava una carriera cinematografica migliore.

Parlando del film, una cosa che apprezzo molto è il mondo con cui inizia. Non parte subito mostrando scene dell’orrore o altro ma ci presenta i personaggi e la situazione in cui si trovano e questa è sempre stata una cosa che mi è sempre piaciuta negli horror. Ci viene presentata Emily, il lavoro che fa e quando può essere faticoso, triste e doloroso vista la situazione in cui si trovano tanti bambini. Qui si approfondiscono anche i rapporti che lei ha con Douglas, delle difficoltà che ha con quest’ultimo nell’iniziare una relazione, e dell’amicizia che ha da molto tempo con il detective Mike. E poi si arriva al trentanovesimo caso e a tutti gli incontri che lei fa con la famiglia Sullivan e la piccola Lillith. In questo caso vediamo come Emily si faccia prendere molto da questa storia e soprattutto come inizia ad affezionarsi alla bambina e a tutti gli sforzi che fa per aiutarla. In tutto questo arriveremo alla scena clou di questa prima parte ovvero la scena del forno, probabilmente una delle scene migliori del film e una delle più impressionanti per diversi motivi: primo perché l’idea di uccidere una bambina mettendola in un forno fa veramente rabbrividire, secondo perché è stata costruita molto bene, il montaggio funziona benissimo, c’è il ritmo giusto, le inquadrature fuori e dentro il forno sono gestite con cura e tutti gli attori si sono dimostrati assolutamente credibili in special modo Jodelle Ferland.

Questa è la prima mezz’ora del film e mi piace molto che questo primo atto assomigli più a in thriller che a un horror e che il passaggio tra i due generi cinematografici avvenga in maniera così graduale. Nella parte centrale si arriverà a un momento di tranquillità dove Lillith sembrerà ricominciare una nuova vita e dove anche Emily troverà un nuovo equilibrio. Questo fino a quando un evento strano non sconvolgerà tutti quanti. Ed è qui che si noteranno molte cose strane in Lillith, cose molto inquietanti. Qui il film volgerà completamente nel genere horror e avrà un’evoluzione interessante. Arriveranno i dubbi di Emily sulla bambina e inizieranno a succedere eventi terrificanti sempre più spesso e anche in questa parte sarà presente una scena veramente ottima per il modo in cui è stata costruita, la scena dei calabroni (non vi dico niente, ma Bradley Cooper ha fatto davvero un ottimo lavoro).

Il problema di questa parte horror è che iniziano a sentirsi alcuni problemi legati alla sceneggiatura. Non saranno problemi gravissimi, ma comunque si notano certe incongruenze con la parte precedente, piccoli momenti che sviano il pubblico a mio avviso e che non fanno sospettare nulla allo spettatore. Un’altra cosa che preferirei avessero scritto meglio è come Emily inizi a dubitare di Lillith. Secondo me poteva essere resa meglio, fare in modo che il dubbio si insinuasse pian piano dentro di lei, infatti il cambiamento che ha nei confronti della ragazzina è troppo veloce soprattutto se consideriamo che il film ha un ritmo calmo e ben gestito. Lo stesso discorso vale anche per il detective, cambia idea troppo in fretta e all’improvviso.

Un altro problema che in seguito caratterizzerà il film sarà il montaggio. In precedenza ne ho parlato bene, soprattutto per quanto riguarda la scena del forno, e in realtà ci sono momenti in cui continua ad avere dei buoni livelli, ma ce ne sono altri a mio avviso troppo confusionari. L’esempio perfetto è quando Emily entra in una stanza da letto sporca di sangue. Vediamo lei e il detective arrivare sul luogo, poi c’è uno stacco e si vede la stanza insanguinata, poi Emilysi sposta ed è in quel momento che entra veramente nella stanza da letto e che la vede tutta ricoperta di sangue. Il problema di questa sequenza è che sembrava che lei fosse entrata già prima quando invece era nell’anticamera, ma quel montaggio (e anche le espressioni degli attori) ci ha fatto credere tutt’altro ed è un errore non da sottovalutare. Questi a mio avviso sono i difetti principali di questa pellicola.

Per il resto invece riesce a dimostrarsi all’altezza del suo compito. Come ho già detto il ritmo calmo della pellicola ci dà modo di conoscere meglio i vari personaggi e di affezionarci a loro anche grazie all’ottima interpretazione degli attori. Coloro che mi sono rimasti più impressi sono sicuramente Mike e Lillith. Mike è il classico detective dei noir, un detective che ha visto molte, troppe volte di cosa è capace l’essere umano e quindi tende ad avere dei comportamenti pessimisti nei confronti dell’umanità. Un ruolo già visto in altre pellicole ma che Ian McShane riesce a rappresentare molto bene. Lillith è sicuramente colei che tutti si ricordano per via del suo cambiamento: dapprima una ragazza innocente e vittima di una famiglia violenta e pazza, questo fino a quando non si toglie il travestimento e mostra la sua vera natura malefica. Molti si ricordano di Lillith anche grazie all’incredibile interpretazione di Jodelle Ferland che riesce a essere sia dolce che terrificante. Anche gli effetti speciali non sono niente male. Passiamo da dei buoni effetti artigianali a quelli digitali che sono invecchiati molto bene. Certo, qualche effetto digitale poteva essere fatto meglio, ma comunque alcuni si dimostrano davvero curati.

Per concludere Case 39 è un film horror con vari difetti che è stato stroncato dalla critica ma che io considero come un buon lavoro. Sarà che sono uscito da una serie di horror davvero deludenti (e non parlo di The Grudge ma di qualcosa di molto peggio che rende The Grudge quasi una pellicola bella. Quasi), ma comunque mi sembra un’opera davvero buona che cerca seriamente di fare il suo lavoro, prova realmente a spaventare cercando di ricorrere il meno possibile a certi trucchetti che purtroppo vanno di moda oggi nell’horror. E sinceramente lo considero migliore di alcune pellicole dell’orrore che oggi hanno un certo successo. Ad alcuni potrà piacere ad altri invece no, ma comunque vi consiglio di dargli un’occhiata.

Spero che la recensione vi sia piaciuta.
Alla prossima!

[The Butcher]

18 pensieri riguardo “Case 39

  1. mi manca
    ma come te anche io sto cercando di farmi una cultura mia finke non posso studiare veramente il cinema alla uni

    ps: ci sono parecchi errori di battitura, dai una riletta veloce :)

        1. I realtà a volte ci sono horror fatti per un pubblico più ampio e in quei casi la produzione cerca di non fare lavori troppo sconvolgenti. Ad esempio Hagazussa non è un film per tutti e sicuramente al grande pubblico non piacerà tanto mentre gli amanti dell’horror e del cinema lo apprezzeranno.

  2. […] Grudge, per poi passare a una pellicola leggera e con i suoi difetti ma pur sempre godibile come Case 39, per arrivare infine a quella perla cinematografica che è Hagazussa, un horror stupendo e […]

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