L’uomo invisibile

Ben ritrovati a un nuovo appuntamento con i mostri della Universal. Sono consapevole che questi articoli escono dopo parecchio tempo ma, avendo a cuore queste pellicole, preferisco “perdere” tempo a raccogliere notizie guardando documentari o leggendo libri su di essi. Voglio che ci sia dietro un lavoro dignitoso.
Lasciando stare le mie motivazioni (o scuse) concentriamoci su questa perla del 1933 diretto da quel genio di James Whale: L’Uomo Invisibile.

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Trama:
In una notte tempestosa un uomo nascosto da bende e occhiali da sole arriva alla locanda di Imping e chiede di potersi fermare lì per alcuni giorni e di non essere disturbato. L’uomo in questione è Jack Griffin, un chimico che ha scoperto come poter diventare invisibile e che in questo momento cerca un modo per tornare alla normalità. Iniettandosi il siero dell’invisibilità, il chimico ha subito una trasformazione anche caratteriale e adesso ha manie di potere e distruzione.

Dopo l’enorme successo di Frankenstein, l’Universal voleva che Whale tornasse a dirigere un seguito a tutti i costi. Ma il regista non era dello stesso parere perché aveva detto tutto quello che c’era da dire in quella pellicola e fare un seguito adesso non gli sembrava una buona idea. Così decide di proporre un film su L’Uomo Invisibile.
Per chi non lo sapesse, quest’ultimo è un libro del leggendario Herbert George Wells, uno scrittore britannico considerato da molti come il padre della fantascienza.
L’Universal infatti aveva acquistato ormai da tempo i diritti di questo romanzo e se ne vantava parecchio, senza però avviare una vera e propria produzione.

La cosa interessante era che Wells non pensava che i suoi libri fossero fatti per il grande schermo. Non fraintendete, Wells credeva che il cinema fosse una delle massime espressioni artistiche del XX° secolo, ma diceva che le sue storie non erano filmabili. Questo pensiero ha preso forma con l’uscita dell’horror L’isola delle anime perdute, tratto dal romanzo di Wells L’isola del dottor Moreau. Personalmente questa pellicola mi piace molto ma ai tempi suscitò scalpore per alcune scene splatter e per questo motivo venne censurato per ben trent’anni. Ma non fu per ciò che lo scrittore non apprezzò l’opera ma perché mancavano le tematiche sociali del suo libro.

Tornando al film, alla fine viene confermato alla regia James Whale e quest’ultimo decide di affidare la sceneggiatura a Robert Cedric Sherriff. I due erano diventati famosi nel 1928 quando portarono a teatro Journey’s End, una storia sui soldati nelle trnicee durante la Prima guerra mondiale. Un argomento molto importante per Whale visto che, come avevo già scritto in Frankenstein, lui aveva partecipato al conflitto.
Nel 1930 l’opera viene portata al cinema con Whale come regista (non c’era Sherriff alla sceneggiatura).

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La scelta per l’attore principale fu molto particolare e curiosa. Inizialmente si pensò di dare la parte di Jack Griffin a Boris Karloff, ma l’attore litigò con l’Universal e per questo rifiutò. In seguito chiesero anche a Colin Clive, l’attore che aveva interpretato il Dottor Frankenstein. Clive era interessato al personaggio dell’uomo invisibile ma alla fine non se ne fece nulla dato che l’attore decise di tornare in Inghilterra.
Ed è qui che arriva Claude Rains.
Lui era un attore teatrale sconosciuto nato da una famiglia poverissima che faceva fatica a tirare avanti. Riuscì a partecipare a un solo film e il suo provino ad Hollywood fu un disastro dato che consideravano la sua recitazione sopra le righe.
La sua grande occasione arriva proprio con L’Uomo Invisibile. Whale stava cercando qualcuno che interpretasse Griffin, qualcuno con una voce che riuscisse a colpire e affascinare, qualcuno con una voce forte (caratteristica che Rains possedeva). Non gli interessava per niente ne l’aspetto ne la sua bravura come attore visto che il protagonista nella pellicola non si vede mai in faccia tranne che nell’ultimo, bellissimo minuto della pellicola.
Quando James Whale vide i provini e sentì la voce di Rains, lo prese subito nonostante in molti fossero contrari.

Per quanto riguarda invece il ruolo di Flora Cranley, la fidanzata di Grffin e personaggio creato appositamente per il film, venne scelta Gloria Stuart, un’attrice che aveva già lavorato con Whale nel bellissimo The Old Dark House (Il castello maledetto) e che molti anni dopo verrà nominata agli Oscar come miglior attrice non protagonista per il film Titanic (nella parte della vecchia Rose).

Al trucco torna il leggendario Jack Pierce ma stavolta la creazione dell’uomo invisibile è opera dell’effettista John P. Fulton. Una delle componenti che più stupì il pubblico e la critica furono proprio gli effetti speciali. Con le tecnologie di oggi creare una persona invisibile è un compito molto più semplice ma nel 1933 la questione era molto più complessa. Per esempio una delle scene più famose di questa pellicola è quando Griffin, stufo delle persone che lo disturbano, si toglie le bende. L’effetto è ancora oggi ben fatto e molto credibile. Per realizzarlo fecero così: le parti del corpo di Rains che dovevano essere invisibili venivano coperte da una stoffa di velluto nero e l’attore veniva ripreso su uno sfondo nero. In seguito quell’inquadratura veniva sovrapposta ad un’altra sequenza dove era presente il set.
Una delle scene più difficili da girare invece è stata quella dello specchio. Qui Jack si toglie le bende davanti a uno specchio e per realizzarla dovettero fare ben quattro riprese e poi unirle: una in cui Rains si toglie le bende da davanti, un’altra di spalle e due diverse riprese della stanza (riflessa sullo specchio e non). Un lavoro veramente complesso ma che tutt’ora lascia di stucco.

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Parlando delle differenza con il libro possiamo dire che, come scritto in precedenza, il personaggio di Flora è stato aggiunto ma il cambiamento più grande riguarda Griffin. Nel film viene specificato che è diventato folle per via di un componente che ha aggiunto al suo siero per l’invisibilità mentre nel romanzo era già pazzo prima di diventare invisibile e quando ottiene questo potere la sua pazzia peggiora e aumenta la sua sete di potere.

Il film ha un ottimo ritmo e riesce a districarsi bene tra i momenti di tensione e quelli comici. In questo film infatti si vede l’ironia che caratterizzarà molto le pellicole di Whale. Già in The Old Dark House questo lato del regista si era mostrato e qui, così come accadrà con La Moglie di Frankenstein, questo umorismo esplode nei momenti giusti. Le parti comiche sono presenti principalmente quando le persone comuni devono vedersela con l’uomo invisibile, con un qualcosa di sconvolgente e fuori dagli schemi della loro vita. E in questo caso bisogna assolutamente citare Una O’Connor, che qui interpreta Jenny Hall, la proprietaria della locanda. James Whale adorava questa attrice e infatti la diede un’altra parte ne La Moglie di Frankenstein. Qui è perfetta nei suoi tempi comici, con i suoi scatti d’ira nei confronti di Griffin e i suoi attacchi di panico quando scopre che quell’uomo è invisibile. Sicuramente la sua è un’interpretazione difficile da dimenticare.
Il film ha anche dei momenti horror molto forti. D’altronde Griffin vuole creare un regno del terrore e, per breve tempo, ci riesce pure. Nessuno sa dov’è, chi colpirà e quando e le persone temono ciò che non riescono a vedere. E in questo film il nostro protagonista creerà parecchi incidenti e numerose vittime, cose che ai tempi avranno sicuramente spaventato le persone e che anche oggi non si possono prendere sottogamba.

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L’Uomo invisibile è un film stupendo diretto da un regista grandioso e che ancora oggi sa come intrattenere lo spettatore. Inoltre ha generato anche dei sequel niente male.

Una pellicola da recuperare assolutamente e con una delle scene finali più belle del cinema.

Spero che la recensione vi sia piaciuta. Alla prossima!

 [The Butcher]

10 pensieri riguardo “L’uomo invisibile

  1. Credo di averlo visto una ventina di anni fa, di non essermi mai soffermato sulla trama, né sul “cinema”, cioè su come è realizzato. A ripensarci è un bel film sui super eroi, diciamo così. C’è azione, ci sono super poteri, l’errore di laboratorio (d’accordo nel libro non c’era) e ci sono piani malefici! Beh, non è poco no?

    1. Diciamo che era un film avanti per i suoi tempi. In un certo senso lo sono tutti i film di Whale. Hanno sempre avuto qualcosa di unico e ciò li ha resi eterni, pellicole che hanno saputo resistere al tempo e che ispireranno molte persone ancora negli anni a venire. Se ne hai la possibilità provare a riguardarlo ;)

  2. Aspettavo a gloria questo tuo articolo, così come tutti gli altri che hai scritto e scriverai sui mostri della Universal: ti ricordi che ne parlammo e come io speravo che avresti piano piano fatto una specie di censimento generale di tutte queste pellicole, da allora divenute veri capostipiti di genere?

    Puoi pertanto immaginare quanto io sia contento adesso che hai scritto questo post: contento per me, in primo luogo, perché amo da sempre l’idea di una visione storica ed evolutiva del Cinema, che tenga conto dei classici (senza i quali il cinema contemporameo non sarebbe tale) e perché il tuo (come di altri) divulgarli permetterà a chi ne avrà voglia di costruirsi un gusto (capire come è nato un certo tipo di montaggio, di fotografia, di scansione sequenziale del racconto permette di dare il giusto valore alle pellicole che scono oggi); contento poi in secondo luogo per te, perché i tuoi scritti sono uno dei biglietti da visita verso il mondo e che ti fanno conoscere per il valore che hai davvero da raccontare.

    Detto questo e vevendo al film che hai recensito, si sappia che l’ho sempre ammirato, ancor più degli altri classici della Universal ed i motivi di questa predilezione li hai già ben espressi tu ovvero il soggetto fantascientifico originale di Wells e la regia di Whale: del primo è davvero impossibile non essere affascinati da questa idea pimordiale di assoluta potenza di uno scienziato senza scrupoli che, non per amore della scienza ma solo del denaro che avrebbe potuto ricarvarne (dettaglio essenziale, per capire sia questo film sia i sequel ed i remake), crea una formula per far diventare invisibili sia oggetti inanimati sia gli esseri viventi; del secondo, è altrettanto impossibile non applaudire di fronte al controllo totale del campo visivo ed all’efficacia drammatica (anche ironica ed umoristica in alcune scene) con cui Whale ha trasposto in modo assai fedel il testo.

    Per il resto, tu hai davvero detto tutto e come al solito lo hai fatto con il tuo stile sobrio, senza fronzoli, tanto da far sempre sembrare tutto molto semplice, anche se è evidente quanto approfondimento hai dovuto fare per raggiungere il tuo risultato.

    Ed eccoci allora all’unico elemento di discussione che mi piacerebbe esaminare con te: il remake diretto da Paul Verhoeven nel 2000…

    Ho appositamente evitato di riferirmi e citare i tanti e mediocri sequel di questo film e stesso discorso vale anche per la commedia fantascientifica del 1992 diretta dal grande John Carpenter (solo perché praticamente costretto dagli studios, per sostituire all’ultimo momento il regista predestinato, ossia quel Ivan Reitman certo meno avvezzo allo sci-fi, ma Re incontrastato del genere comedy, con all’attivo film come il cult anni ’80  Ghostbusters ed i successivi Twins, Kindergarten Cop e Junior che lanciarono Arnold Schwarzenegger anche come attore comico), perché il remake diretto dal regista olandese amato/odiato da Hollywood, proprio per il suo stile indipendente, violento, sarcastico, cinico, scorretto, capace di creare capolavori e fetecchie incredibili (sorta di Lars von Trier in versione mainstream), si ritrovò anche lui, come tanti anni prima Whale, a doversi cimentare con il testo di Wells, ma mentre Whale lo fece con orgoglio e devozione, Verhoeven lo fece (come già Carpenter) per dovere contrattuale, creando un’opera altalenante, ma dove si respira ugualmente lo spirito folle, cinico e senza morale del fisico ritratto da Wells: sarei davvero curioso di conoscere la tua opinione sincera.

    Un saluto.

    1. Grazie mille per il tuo commento. Sono davvero contenta che l’articolo ti sia piaciuto. Comunque mi hai fatto una bella domanda. Prima di cominciare vorrei dire che ho visto L’uomo senza ombra molto tempo fa e certe cose potrei ricordarle poco e/o male. Comunque sia ricordo bene che mi diede l’impressione di un film altalenante (proprio come hai detto tu). La sceneggiatura è quel che è, non ha nulla di incredibile e per questo il regista basa tutto quanto su regia e messa in scena. Le cose che sicuramente sorprende più di tutti e che ancora oggi rendono bene sono gli effetti speciali. Solo a vedere tutto il lavoro che c’è stato dietro rimango a bocca aperta e il risultato finale è davvero lodevole. La prima parte ha qualche problema nel partire ma la seconda scorre che è una meraviglia ma ricordo di aver trovato qualche scena un po’ ridicola. È un film altalenante ma non è un brutto film ed è sicuramente meglio di Showgirls o del sopravvalutato Basic Instinct (che è stata anche la rovina del regista).

      1. Non hai idea di quanto mi abbia fatto piacere questa tua risposta, perché il giudizio sulla figura controversa del regista olandese che ho sempre espresso mi ha fatto sentire un caso isolato in tante occasioni! Si, hai proprio ragione: il suo film più blasonato ed ultra-famoso Basic Istinct è stato davvero la fine della carriera di questo regista, che aveva realizzato delle meraviglie incredibili come Il quarto uomo (che film!) e fantasy apprezzabilissimi diventati culto come Flesh+Blood (L’amore e il sangue) e poi ancora il primo Robocop e poi una valle di lacrime con quella sceneggiatura del piffero del sopravvalutatissimo Joe Eszterhas (dio mio quanto lo odio quell’uomo)…

        Comunque il suo recente Elle è una bomba!

        Grazie della risposta, come sempre preparatissimo, amico!

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