I soliti ignoti

Benvenuti o bentornati sul nostro blog. Nello scorso articolo abbiamo deciso di cambiare momentaneamente argomento, passando dal mondo del cinema a quello dei fumetti e in questo caso abbiamo continuato a parlare della saga fantasy di Kalya, prendendo in esame il volume 22. Kalantor è in una situazione critica e il ritorno di Hamon-Dern ha causato il panico. Per questo motivo Kalya chiede consiglio ai suoi alleati gjaldest e insieme vanno a cercare Jor-Ghun, un tempo alleato di Dakan, che potrebbe conoscere qualcosa per uccidere il tiranno. I disegni sono fatti bene, hanno dei tratti sottili e delicati e il volto dei personaggi è ben dettagliato e riconoscibile. Il disegno e le vignette sono molto pulite e quadrate. Gli sfondi non sono molto elaborati ma il ritmo e i combattimenti sono bene resi. La storia è semplice ma ben gestita, con Kalya che cerca di trovare qualcosa per fermare Hamon mentre nel frattempo si dipanano altre avventure sempre legate alla storia e che rendono il racconto più interessante. Inoltre il fumetto sa intrattenere attraverso i combattimenti ma anche attraverso momenti comici che mi hanno fatto sorridere molto. Lo consiglio!
Torniamo quindi nel mondo del cinema e questa volta torniamo in Italia per discutere di un film fondamentale, un film che ha segnato la storia del nostro cinema per numerosi motivi e i cui spero di fare una recensione degna.
Ecco a voi I soliti ignoti, pellicola comica del 1958 scritta da Mario Monicelli, Age & Scarpelli e Suso Cecchi D’Amico e diretta da Mario Monicelli.

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Trama:
Il film si apre con Cosimo Proietti (Memmo Carotenuti) e Capannelle (Carlo Pisacane) che tentano di rubare un auto ma il colpo fallisce e Cosimo viene messo in prigione. Lui riesce a comunicare con alcuni dei suoi compagni, dicendo di aver scoperto un modo per fare un furto facile e proficuo e incarica Capannelle di trovare qualcuno che faccia da pecora ossia che sconti la pene al posto suo sotto compenso. Il compito si rivela più difficile del previsto dato che tutti i suoi compagni sono già finiti in prigione e se ritornano dentro avranno un aumento della pena. Quindi puntano sull’incensurato Giuseppe Baiocchi (Vittorio Gassman), un pugile che dopo aver perso un incontro importante di pugilato ha bisogno di soldi. L’inganno però non funziona e Giuseppe viene incarcerato con Cosimo. Quest’ultimo allora gli rivela il piano per svaligiare una cassaforte, ma Giuseppe ha avuto una riduzione delle pena ed esce il giorno stesso e, con i compagni di Cosimo, inizierà a pensare a un piano, facendosi aiutare da un noto scassinatore, Dante Cruciani (Totò).

Questa è la prima volta che parlo di Monicelli sul blog, uno dei più grandi registi italiani che siano mai esistiti e che ci ha regalato tanti capolavori immortali. Questo film è fondamentale per il nostro cinema proprio perché grazie a esso comincerà a nascere la commedia all’italiana, quel tipo di commedia unica che fece la storia e riuscì a raccontare in maniera perfetta il nostro Paese.

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Cominciamo come al solito dal lato tecnico e ovviamente dalla regia di Monicelli che già da qui dimostra di avere un tipo di regia molto matura e curata nei minimi dettagli. Fin dalle prime immagini sa stupire, aprendo il film con questo campo lungo su questa strada oscura di Roma dove Cosimo e Capannelle tentano di rubare l’auto. Non solo la scena sarà costruita bene, con un ottimo montaggio e ritmo ma soprattutto con una fotografia stupenda, una fotografia drammatica che ricorda molto i film noir e su questo punto ci torneremo tra poco. In ogni caso Monicelli ha una tecnica davvero elevata e vediamo un ottimo uso della camera da presa, soprattutto attraverso delle carrellate, con riprese fluide e stabili, e anche attraverso la costruzione di sequenze ottime. Ad esempio ho trovato interessante la scena in cui Giuseppe spiega il percorso da fare per arrivare alla cassaforte e la macchina da presa, sempre in movimento, mostra tutto il percorso in maniera naturale. Ci sono diverse sequenze degne di nota dove il ritmo e il tempismo le rendono perfette e, per quanto riguarda il lato comico, Monicelli sa benissimo quando creare l’umorismo attraverso le inquadrature e il montaggio e quando lasciare spazio a degli attori straordinari e a delle battute geniali. Quindi Monicelli riesce a creare un umorismo spassoso e intelligente che fanno ridere molto anche oggi. Nonostante ciò il regista riesce a dare una costruzione molto drammatica al film, sapendo farci ridere in una situazione in cui non ci sarebbe nulla da ridere.

Ciò che aiuta molto a entrare nella drammaticità dell’opera è sicuramente l’ambientazione. La storia si svolge a Roma ma quella che vediamo non è la Roma ricca, in piena rinascita o la Roma con il suo patrimonio culturale. La storia è ambientata principalmente in periferia, nella povertà assoluta, mostrandoci una realtà attuale per quei tempi e che, purtroppo, rimane moderna anche oggi. Gli ambienti sono semplice, poveri in tutti i sensi, reali e raccontano molto sia della situazione che vivono i suoi abitanti sia quella dei suoi protagonisti. Un altro elemento che aiuta molto è la fotografia. Di giorno sarà presente una bella luce che metterà in risalto i vari ambienti in cui si muovono e vivono i protagonisti, ma di notte vedremo delle ombre molto forti, degli tagli di luce stupendi ed elaborati nei contrasti che arriveranno anche a oscura i personaggi e, come ho detto in precedenza, dando al tutto un aspetto noir. Infatti una delle idee iniziali di Monicelli era quello di fare la parodia di alcuni film noir e gangster, in particolar modo il film francese Rififi. Alla fine però si arrivò a unire un certo tipo di aspetto drammatico con le situazioni comiche. Il lato tecnico è ottimo e la sceneggiatura si dimostra stupenda.

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Come abbiamo già detto, questo film fu importante perché diede inizio alla commedia all’italiana e per creare ciò unirono la commedia con il neorealismo. Parlare di questo movimento cinematografico richiederebbe un sacco di tempo e quindi cercherò di essere il più breve possibile. Il neorealismo è un tipo di cinema che metteva in mostra la povertà del Paese soprattutto durante e dopo la seconda guerra Mondiale, mostrando com’era ridotta la società, con molti esterni e molti attori presi per la strada, mettendo in risalto una società che stava cambiando e che cercava di risorgere dalle sue rovine. Il neorealismo metteva in mostra storie drammatiche e reali e il fatto che I soliti ignoti riuscì a trattarle in maniera comica fu un risultato incredibile, cambiando così la commedia in Italia visto che  fino a quel momento era diversa, basata principalmente su gag e sul nonsense delle volte. La commedia all’italiana cambiò tutto, basandosi sul vecchio e creando qualcosa di totalmente nuovo e questo film lo ha fatto perfettamente.

La storia è ben articolata ed è ricca di avvenimenti e si basa molto sui personaggi e sulle loro scelte. Ognuno di loro è molto caratterizzato e hanno piccoli elementi che li mettono in risalto. Ad esempio Giuseppe è balbuziente mentre Capannelle cercherà sempre di mangiare qualcosa nei momenti meno adatti, piccoli elementi che li differenziano dagli altri ma non saranno gli unici, visto che il primo di dimostrerà pieno di energia e divertente mentre il secondo un po’ ingenuo e allo stesso tempo furbo. Tutti i personaggi avranno una forte personalità, come l’ansioso Tiberio (Marcello Mastroianni), un esperto di fotografia che si occupa del figlio neonato visto che la moglie  è in carcere oppure Mario (Renato Salvatori), un giovane uomo che vive a scrocco delle sue “tre madri” e che si innamora di Carmelina (Claudia Cardinale), la sorella di un suo compagno, Michele (Tiberio Murgia). Tutti loro sono caratterizzati e tutti loro hanno le loro storie che si ricollegheranno bene con la trama principale e che li renderà più reali e veri. Inoltre tutti loro sono degli antieroi, accomunati dallo stato di povertà in cui vivono, dei personaggi disillusi che per via della situazione in cui si ritrovano cadono spesso nella criminalità e negli inganni.

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La drammaticità si sente tutta la vediamo benissimo, eppure non possiamo fare a meno di ridere delle disavventure dei nostri protagonisti. Ci sono tantissime situazioni esilaranti e soprattutto delle battute magistrali che ancora oggi sono incredibili come ad esempio il personaggio di Totò che spiega come aprire una cassaforte oppure nella parte finale quando i protagonisti devono entrare nell’appartamento adiacente. L’umorismo è perfetto e in realtà non solo diverte lo spettatore ma aiuta quest’ultimo a riflettere molto su quello che ha visto, su questa condizione e sulla società e il tutto avviene con naturalezza. E poi quel finale “pasta e ceci” è semplicemente geniale.

Per concludere, I soliti ignoti è un vero e proprio capolavoro, un film tecnicamente perfetto e maturo con degli ambienti azzeccati, una fotografica curata e una regia di alta qualità. La storia è articolata e riesce a unire perfettamente la drammaticità della situazione con la commedia, creando qualcosa di unico e nuovo e con dei personaggi magnifici. Lo consiglio assolutamente!

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Spero che la recensione vi sia piaciuta.
Alla prossima!

[The Butcher]

19 pensieri riguardo “I soliti ignoti

  1. Ci sono film che invecchiano.
    E poi ci sono quelli che continuano a guardarci.

    “I soliti ignoti” per me è uno di quelli.

    Perché sotto la commedia, sotto le battute perfette, sotto Totò, Gassman e Mastroianni… c’è una fame enorme.
    Non solo di soldi.
    Di dignità.
    Di futuro.
    Di riscatto.

    E forse è questo che rende il film ancora così moderno: quei personaggi fanno ridere perché sono disperatamente umani.

    Monicelli riesce in una cosa rarissima:
    trasformare la povertà in poesia sporca di periferia, senza romanticizzarla davvero.

    Roma qui non è cartolina.
    È ombra.
    È fame.
    È gente che sopravvive arrangiandosi, parlando troppo, sognando male e mangiando poco.

    Eppure ci affezioniamo subito a questi antieroi disastrati.

    Forse perché dentro di loro c’è qualcosa che conosciamo bene:
    quel tentativo continuo di sembrare furbi davanti a una vita che spesso ci prende comunque a schiaffi.

    E poi quel finale…
    niente gloria, niente colpo perfetto, niente mito criminale.

    Solo pasta e ceci.

    Che detta così sembra quasi una battuta.
    Ma dentro c’è tutta l’Italia.

    1. Monicelli più di tutti aveva capito com’era l’Italia e gli italiani e nei suoi film, non solo qui, riusciva a descriverli perfettamente e soprattutto a fare una critica intelligente a quel tipo di società e a quel tipo di persone. Un film veramente complesso, intelligente e maturo, che a tanti anni di distanza rimane moderno e attuale e con delle battute che sono entrate nella storia e fanno ridere parecchio. Un film che ti fa ridere ma che ti fa riflettere molto alla fine della sua visione.

  2. Sì, verissimo.
    Monicelli secondo me non raccontava semplicemente gli italiani: li beccava in flagrante.

    Li prendeva mentre cercavano di arrangiarsi, di fregare la vita prima che fosse la vita a fregare loro, e li mostrava senza cattiveria ma senza fare sconti.

    Ed è lì che diventa enorme: ti fa ridere, poi però quando hai finito di ridere ti accorgi che stavi ridendo anche di te, di noi, di un Paese intero che spesso sopravvive più che vivere.

    “I soliti ignoti” è ancora moderno proprio per questo: perché cambia il tempo, cambiano le facce, ma quella fame di riscatto, quella furbizia disperata e quella malinconia sotto la battuta restano sempre lì.

    1. A mio avviso quel pensiero di Monicelli raggiunge la sua maturità attraverso Amici miei. Lì viene rappresentato bene il cittadino italiano e in quel film, nonostante faccia ridere, è veramente cattivo. Peccato che poi il cinema di Monicelli l’abbiano preso e rovesciato, andando a elogiare quel tipo di italiano che il regista criticava.

      1. Sì, sono d’accordo. Amici miei fa ridere, ma è una risata amarissima: sotto la zingarata c’è una cattiveria quasi disperata, un modo di sopravvivere prendendo in giro tutto, anche il dolore.

        Il problema è proprio quello: a volte abbiamo trasformato la critica in modello, come se Monicelli stesse celebrando quell’italiano lì, invece lo stava smascherando.

        1. Mi viene in mente il secondo Amici miei, la scena nel cimitero in cui fanno credere a un uomo che ha appena perso la moglie che in realtà quest’ultima in vita l’aveva tradito con chiunque e con quell’iconica frase “Non si deve mai andare in Germania, Paolo!”. Una scena divertente, ma anche terrificante visto che quell’uomo arriva veramente a credere a questo scherzo.

          1. Esatto. È una scena che fa ridere quasi controvoglia, perché mentre ridi ti accorgi che stanno distruggendo un uomo già distrutto.

            Monicelli era feroce proprio lì: non ti dava personaggi “simpatici” da imitare, ti metteva davanti una comicità che aveva dentro una crudeltà enorme. E quella frase sulla Germania resta comica, sì, ma appoggiata su qualcosa di nerissimo.

            1. Che poi in generale è quello che sono tutti i personaggi di Amici Miei, non solo i protagonisti. Persone che nascondono una grande crudeltà e malvagità. Oggi un film del giorno verrebbe ignorato da molti, visto che in molti preferiscono quando queste figure negative vengono esaltante e valorizzate, chissà perché poi.

  3. Un film che adoro, insieme a La grande guerra, altro capolavoro di Monicelli. Aveva la capacità di raccontare personaggi molto umani, che anche quando facevano sorridere, non erano mai macchiette, ma uomini e donne reali. Infatti in questo film mi piace molto anche Totò, che invece nei suoi soliti film non mi ha mai preso più di tanto: era bravo, sì, ma riconducibile sempre a una macchietta. Invece qui, con gli altri e sotto la direzione di Monicelli, è reale anche lui, e non sembra nemmeno Totò.

    1. La grande guerra è stato il primo film che vidi di Monicelli e lo amo profondamente ancora oggi. In ogni caso Monicelli ha sempre descritto l’italiano per quello che era, quei personaggi che vediamo non sono macchiette ma persone reali tipici della nostra cultura e in quello si è sempre dimostrato un regista che conosceva veramente il proprio Paese e i suoi abitanti.

    1. Ti racconto questa cosa. Di tanto in tanto io tendo a mettermi di sottofondo dei film che conosco a menadito e che ho visto numerose volte mentre faccio altre attività. Purtroppo però delle volte metto di sottofondo dei film che sono talmente belli che mi distraggo e finisco per guardarli per la centesima volta. I solti ignoti è uno di questi. E’ impossibile non rimanerne incantati.

  4. Un film notevole, uno dei primi a dar dignità e tridimensionalità a detenuti/fuorilegge, anche se in alcune occasioni eccessivamente macchiettati, ma essendo una commedia, ci sta tutto. Ottima regia e buona storia, ma eccellente caratterizzazione dei personaggi. Questo film uscì lo stesso anno di Ladro lui, ladra lei, che, nonostante una tematica simile, risulta meno profondo, ma decisamente più umano.

    1. Questo è uno di quei film che non invecchierà mai proprio per come riesce a descrivere in maniera realistica una certa situazione anche attraverso la commedia, anzi proprio grazie alla commedia ci permette di riflettere meglio sulla situazione e sulle tematiche che ci vengono narrate. Ladro lui, ladra lei non è incredibile come I Soliti Ignoti ma è un film veramente bello.

        1. The Longest Yard è un grande film. Intendo l’originale ovviamente. E comunque in quel periodo c’era una voglia di fare cinema e raccontare personaggi incredibile. Purtroppo oggi cerchiamo ancora di fare film neorealisti e commedia all’italiana, ma ci manca quell’intelligenza e coraggio di allora. E chi invece ce li ha trovano lavoro a fatica nel cinema nostrano.

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