Abbiamo sempre vissuto nel castello – Shirley Jackson

Benvenuti o bentornati sul nostro blog. La scorsa volta abbiamo discusso di ben due film ossia il Pet Sematary del 1989 e l’omonimo remake del 2019 (QUI per la recensione). Due pellicole molto interessanti con vari punti di forza, specialmente il primo. Il film di Mary Lambert riusciva perfettamente a parlare del concetto di perdita e di morte in maniera ampia, mostrando l’orrore e il dolore che si cela dietro tutto ciò, una regia davvero ben fatta e curata e un ritmo lento, equilibrato fino alla fine che dà il tempo alla storia di evolversi e ai personaggi di farsi conoscere. Il remake invece ha diversi difetti, ma anche dei pregi da non sottovalutare. Non ho apprezzato il finale, troppo veloce e pieno di jumpscares, ma ho apprezzato tutti i cambiamenti che hanno apportato alla storia, facendo delle modifiche in certi casi anche intelligenti, cercando così di differenziare la pellicola sia a livello di messa in scena che con la sceneggiatura. Quindi anche il remake cercava di fare del suo meglio per creare qualcosa di nuovo e questa non è una cosa che purtroppo i remake tendono a fare spesso. In ogni caso sono stati due film molto interessanti (ma l’originale non lo si batte) che consiglio a tutti di recuperare.
Dopo questa piccola introduzione, iniziamo con la recensione (scusate la rima), ma questa volta non parleremo di una pellicola e per questo ci sposteremo nel mondo della letteratura. Adoro parlare di libri, non è una cosa che faccio molto spesso da come avete potuto capire, ma è davvero molto bello parlare di queste opere, delle sensazioni che riescono a trasmettere e del mondo in cui riescono a catapultarti. Questa è una cosa che dovrei fare molto più spesso, ma sono una persona lenta e purtroppo ho i miei tempi. In questo caso di che potrei parlare? Negli ultimi articoli dedicati al mondo della letteratura ho parlato di due opere italiane molto differenti ossia Folklore – Antologia del fantastico sul folklore italiano e Le favolette di Alice, la prima un’antologia che esplora il folclore, le leggende e i miti in diverse zone d’Italia mentre il secondo era una storia dedicata ai più piccoli che sottolineava l’importanza della curiosità e di come essa possa allargare i nostri orizzonti. Due opere veramente belle, ma in questo caso ha intenzione di spostarmi negli Stati Uniti per parlare di una delle mie scrittrici preferite in assoluto: Shirley Jackson. In molto conosceranno il nome di questa scrittrice tramite una delle sue opere più famose ossia L’incubo di Hill House, che tra l’altro è anche uno dei miei romanzi gotici preferiti. Prima o poi avrei dovuto parlare di lui ma invece che farlo attraverso la sua opera più famosa, ho deciso di farlo con un suo romanzo davvero molto particolare.
Ecco a voi Abbiamo sempre vissuto nel castello (We Have Always Lived in the Castle), un romanzo gotico pubblicato nel 1962 e scritto da Shirley Jackson.

Abbiamo sempre vissuto nel castello

Trama:
La storia parla di Mary Katherine “Merricat” Blackwood, di sua sorella maggiore Costance e del loro zio Julian, tre persone che vivono in un’enorme con un terreno altrettanto grande vicino a una piccola cittadina. Merricat è l’unica dei tre che esce due volte a settimana per andare a fare spesa al villaggio e ogni volta lei incontra l’astio e l’antipatia degli abitanti. Sua sorella Costance ha mai lasciato la casa da ormai sei anni, arrivando solo a camminare per il giardino, e lo zio Julian è costretto sulla sedia a rotelle e costantemente lui scrive sui suoi appunti informazioni legate a quello che successe sei anni fa. In seguito scopriamo che cosa successe: sei anni fa alcuni membri della famiglia, i genitori e il fratellino di Merricat e la moglie di Julian morirono avvelenati mentre facevano cena. Anche lo zio Julian venne avvelenato ma sopravvisse e la polizia incolpò Costance dell’accaduto visto che era sempre lei a preparare la cena. Merricat quella notte non era con loro perché era in punizione nella sua camera. Alla fine però non trovarono niente contro Costance che venne liberata. Per sei anni questi membri della famiglia Blackwood hanno vissuto insieme in quell’enorme casa, trovandosi pure bene e avendo uno stile di vita tutto loro e ben preciso. Tutto questo subisce un brusco cambiamento quando nella casa arriverà il cugino Charles, che vorrà riallacciare i rapporti con Costance e la sua intrusione sarà vista di malocchio da Merricat, che lo vede solo come un intruso, un estraneo.

Shirley Jackson è stata una scrittrice veramente importante per quanto riguarda il gotico, ma in generale per tutto il panorama letterario. Una scrittrice capace di creare dei personaggi complessi e pieni di sfumature e soprattutto di saper scrivere situazioni incredibili, capace di trascinare il lettore in situazioni particolari e farti provare emozioni contrastanti. Lei fu una grande scrittrice che purtroppo nella sua vita soffrì molto e questa sua sofferenza traspare molto nei suoi scritti. Bisognerebbe fare un articolo dedicato alla sua persona un giorno perché lui si merita veramente tanto e ogni volta non posso fare altro che rispettarla per tutto quello che ha fatto. In questo caso però ci concentreremo solamente su questo suo libro e la sua unicità.

Diciamo che parlare di Abbiamo sempre vissuto nel castello non sarà per niente semplice per una grande quantità di motivi. Uno dei motivi principali riguarda il fatto che per buona parte del romanzo avremo una situazione abbastanza statica ambientata dentro quella casa e il suo terreno e solo negli ultimi due capitoli succederà qualcosa di inaspettato. Non è però solo questo l’unica ragione per cui sarà complesso descrivere quest’opera. Questo libro è molto particolare specialmente nel modo in cui è stato scritto. Prendiamo ad esempio le prime righe del romanzo. In queste poche righe capiamo che la storia sarà narrata in prima persona e avrà come protagonista Merricat. In questa parte lei si presenterà al lettore e non solo mostra la sua fantasia molto particolare (il discorso sul lupo mannaro la prima volta mi aveva incuriosito molto) ma anche le sue passione, le cose che adora, e tra queste c’è sua sorella Costance. Poi, di punto in bianco, ci rivela che quasi tutti i membri della famiglia sono morti, per poi passare a un altro argomento immediatamente.
Come inizio sa colpire veramente il lettore per la particolarità della protagonista e per quell’affermazione che verrà ripresa un po’ più avanti.

Da qui in poi ci verrà descritto le relazioni tra i tre membri della famiglia sopravvissuti e le loro giornate. Merricat saprà sicuramente stupire il lettore. Ha diciotto anni ma si comporta come una bambina nonostante dimostri una certa maturità su alcune scelte. Una cosa di cui si rimane sorpresi è la sua enorme fantasia, che userà molto spesso sia per riuscire a sopportare gli abitanti della cittadina sia per costruire amuleti protettivi per la casa, in modo che nessuno di indesiderato metta piede lì. Una cosa che notiamo subito è l’enorme affetto che lei prova nei confronti di sua sorella Costance, che cerca di proteggere a modo suo.
Costance invece è una persona che da sei anni vive reclusa dentro casa e non esce mai. Una persona che ha il controllo assoluto della cucina, insieme a Merricat si prende cura dello zio Julian e in generale di tutta la casa. Una cosa interessante della sua persona è che giustifica ogni comportamento della sorellina, anzi giustifica quei gesti e quella condotta come se fossero normali.
Invece lo zio Julian era uno dei membri della famiglia avvelenata sei anni fa, soltanto che lui è sopravvissuto ma non è stato più lo stesso da allora. Principalmente lui non fa altro che scrivere un suo manoscritto su quello che è successo anni fa ed è una lavoro che fa in continuazione, aggiungendo sempre più particolari e continuandolo all’infinito. Ed è proprio grazie a lui che veniamo a scoprire buona parte di quello che è successo allora, anche se alcuni particolari sono ancora oscuri e non ci vengono rivelati subito.

In tutto ciò noi vediamo la loro vita di tutti i giorni, le loro routine, i loro gesti e l’equilibrio che in quegli anni si sono creati. Solo che tutto ciò viene rovinato dall’arrivo del cugino Charles, che vuole appunto riallacciare i ponti con questa parte della famiglia anche se non per motivi nobili. La sua presenza romperà quell’equilibrio preciso e perfetto e questa cosa darà molto fastidio a Merricat, che lo prenderà in antipatia fin dall’inizio e cercherà in ogni modo di scacciarlo via con i suoi amuleti e altri elementi della sua fantasia, fino ad arrivare a gesti più estremi. Diciamo che oltre questa parte non posso andare perché altrimenti rischio veramente di fare spoiler molto importanti, ma in ogni caso quello che mi stupisce molto del romanzo è la sua scrittura e la sua atmosfera.

Il libro ha tutti gli elementi del gotico a partire dai personaggi fino ad arrivare all’ambientazione, ma andando avanti con la lettura si può notare una certa ironia, un’ironia che che in certi punti mi hanno fatto sorridere di cuore. Non è solo questo un punto interessante, ciò che mi piace è anche quell’atmosfera quasi surreale che si presenta al lettore. Non solo è surreale per la situazione in cui si trovano i tre e per le loro routine, ma anche per l’ambientazione. Quest’enorme casa si stagli sopra una collina, fuori dalla cittadina, in una sorta di isolamento, come se fosse fuori dal mondo oppure come se non potesse o non volesse stare vicino agli abitanti. In questo il romanzo è riuscito sempre a sorprendermi perché quel senso di alienamento si sente, è molto forte e lo noteremo proprio con questi dettagli ma anche con il comportamento ostile che avranno i cittadini nei confronti di Merricat e Costance, un comportamento che si farà sentire molto e si dimostrerà una cattiveria sottile e costante, una cattiveria che si può riscontrare tutti i giorni.

Anche il rapporto di affetto tra Merricat e Costance sarà molto particolare. Come ho già detto in precedenza, Merricat ci tiene molto alla sorella e fa di tutto proteggerla, ma il suo affetto sarà quasi ossessivo e folle e Costance sarà troppo permissiva con lei, considerando anche i comportamenti più strani della ragazza come normali. E tutto questo non farà altro che rendere questa storia ancora più folle, affascinante, particolare, quasi magico. Qualcosa di unico e incredibile.

Per concludere Abbiamo sempre vissuto nel castello è un’opera meravigliosa e intelligente, un’opera unica e particolare che ho letto dall’inizio alla fine con grande interesse e posso dire che è diventato uno dei miei romanzi preferiti in assoluto. Un libro gotico molto particolare, con dei personaggi particolari e caratterizzati in maniera molto approfondita che si dimostrano fuori da ogni canone e un’ambientazione e una scrittura surreale che riesce a far provare al lettore delle sensazioni contrastanti. Infine quest’opera è capace di inserire con una certa ironia delle tematiche affascinanti come l’isolamento, il diverso e anche la cattiveria di tutti i giorni, un tipo di cattiveria molto sottile ma spietata. E’ un romanzo favoloso che vi consiglio assolutamente di recuperare.

Spero che la recensione vi sia piaciuta.
Alla prossima!

                                                                                                                                                                                        

 [The Butcher]

12 pensieri riguardo “Abbiamo sempre vissuto nel castello – Shirley Jackson

    1. Concordo assolutamente. Lei ha uno stile incredibile, uno stile unico e originale che riesce a catturare fin da subito il lettore. Già solo leggendo le prime sei righe sono rimasto a bocca aperta e più andavo avanti e più rimanevo sorpreso. Come hai ben detto, lei riesce a inquietare con pochi elementi che sfrutta al massimo!

    1. I don’t know why, but my own comment ended up in spam. Wonderful!
      In any case, I strongly recommend that you read the works of Shirley Jackson. She was an extraordinary writer and her works are still very modern today.

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