The Grudge (2020)

Benvenuti o bentornati sul nostro blog. Per il momento gli articoli stanno andando molto bene. Finora non ho fatto altro che parlare di pellicole che mi sono piaciute e che ho sempre amato e di altre che invece ho trovato interessanti e di cui mi sono divertito molto nel recensirle. Quindi, visto che la situazione sta andando bene, perché non parlare di un film che non mi è piaciuto? In realtà a me non piace tanto criticare negativamente un film. Preferisco di gran lunga discutere di qualcosa di bello o quantomeno di un progetto con del potenziale. Quando parlo di film che non mi sono piaciuti, non riesco mai a impegnarmi nella scrittura e tendo a finire la recensione il prima possibile, a volte trattando certi punti chiave velocemente come è successo per Halloween: Resurrection. Avrei potuto dire molto di più a riguardo, ma era stato un film talmente brutto e insulso che mi ha tolto la voglia di scrivere.
Di questo film però devo parlarne. Ne devo assolutamente parlare perché comunque sia mette in mezzo qualcosa a cui sono legato parecchio e che da molti anni mi appassiona. Quindi mi sembrava doveroso farci qualcosa a riguardo. Inoltre queste recensione mi darà modo di discutere anche di una tematica che in questo periodo (anzi è meglio dire negli ultimi anni) ha preso piede in buona parte del cinema horror americano. Quindi armiamoci di coraggio e di pazienza e iniziamo con la recensione.
Ecco a voi The Grudge, pellicola horror del 2020, reboot dell’omonima saga, scritta e diretta da Nicolas Pesce.

Trama:
Il film inizia nel 2004. L’infermiera Fiona Landers (Tara Westwood) decide di lasciare la casa a Tokyo. Lei non sa di preciso perché, ma quel luogo le sta facendo male e ne è spaventata. La casa in questione è proprio quella di Kayako Saeki e quindi possiamo già capire che la donna ha contratto la maledizione. Alla fine Fiona torna a casa in una città della Pennsylvania da suo marito Sam (David Lawrence Brown) e dalla figlia Melinda (Zoe Fish). Dopo di ciò passano due anni e la storia si concentra sulla detective Muldoon (Andrea Riseborough), una donna che si è appena trasferita in questa città insieme al figlio Burke (John J. Hansen) dopo la morte del marito. Si sono trasferiti qui per poter ricominciare con le loro vite e cercare di non pensare alla loro perdita. Qui Muldoon incontra il suo nuovo collaboratore, il detective Goodman (Demián Bichir), e vengono subito mandati a indagare su uno strano caso. Ne boschi trovano il cadavere di una donna chiamata Lorna Moody (Jacki Weaver), ormai in uno stato avanzato di decomposizione. Qui Goodman inizia a preoccuparsi quando sente che Lorna, prima di sparire, aveva visitato la 44 di Reyburn Drive ossia la casa di Fiona Landers. Muldoon chiede spiegazioni ma Goodman non le dice niente e le intima di non indagare. Muldoon però è incuriosita e inizia a raccogliere tutte le informazioni disponibili su quella casa, venendo a sapere dei terribili omicidi avvenuti dal 2004 fino al 2006. E alla fine anche Muldoon entrerà nella casa.

Tanto tempo fa parlai sul blog di Ju-On, pellicola horror giapponese diretta da Takashi Shimizu. Quel film fu veramente importante, uno degli horror orientali più belli mai creati e uno degli horror più spaventosi che io abbia mai visto. Sono consapevole che l’horror in molti casi è soggettivo. A qualcuno può far più paura una pellicola dell’orrore con elementi sovrannaturali, ad altri invece pellicole con dei serial killer. Tutto dipende dalla persona, ne sono consapevole. Per me, Ju-On è uno degli horror più spaventosi che abbia mai visto e nonostante lo conosca bene e lo abbia riguardato altre volte, continua a farmi tremare. E se vogliamo approfondire, a livello oggettivo è curato in maniera stupenda, regia, ambientazioni, fotografia, tutto è reso con una cura meravigliosa e riesce a creare quella sensazione di orrore e disagio che si prova per buona parte del film. Non voglio parlarne troppo (se vi interessa c’è la recensione) ma questo era per farvi comprendere l’origine di tutto il mio interesse verso questa saga.

Ci fecero diversi seguiti in Giappone (alcuni ottimi e altri dimenticabili) e perfino gli Stati Uniti, dopo il successo di The Ring, fecero una saga basata su Ju-On, ovvero The Grudge. Una saga composta da tre capitoli abbastanza deboli, dove salverei il primo e dimenticherei completamente il terzo. Dopo il tremendo terzo capitolo, non fecero più alcun seguito, ma già qualche anno fa sentii delle notizie in cui dei produttori erano interessati a far ripartire la saga da capo. In seguito scelsero come regista Nicolas Pesce e già dalle sue prime dichiarazioni iniziai a tremare perché Pesce stava girando questa pellicola senza aver mai visto i film originali. Mi stavo realmente preoccupando ma volevo dargli comunque una possibilità, stiamo pur sempre parlando di Ju-On. Poi ho visto il film. Iniziamo con ordine.

All’inizio avevo detto che volevo parlare di una tematica centrale per quanto riguarda certi horror americani ossia che molti di questi tendono a copiare The Conjuring . Negli ultimi anni The Conjuring ha avuto lo stesso effetto che Lo Squalo e Scream ebbero sulle produzioni cinematografiche del periodo. Lo Squalo, capolavoro indiscusso, venne copiato da parecchie produzioni che iniziarono a fare pellicole con squali e altre creature marine, senza arte ne parte. Con Scream successe la stessa cosa, un brillante horror metacinematografico che svela al mondo i trucchi di quel genere e con un grande intento citazionista, anche qui i produttori hanno fatto molti horror slasher insipidi e banali ispirandosi a esso (ci sono state delle eccezioni come appunto Halloween H20). E con The Conjuring sta succedendo la stessa cosa. Non è sbagliato voler ispirarsi a un film, ma bisogna farlo bene e questa cosa purtroppo accade molto raramente. In questo genere di film si copia tutto da Wan: la messa in scena, la fotografia, le situazioni ecc… e si tende in molti casi a usare i jumpscares, solo che vengono utilizzati molto male. Nei due capitolo di The Conjuring di James Wan, erano presenti sia i jumpscares che certi cliché, eppure la storia funzionava bene. Come mai? Perché prima di tutto questi due elementi usati con una certa logica e con un certo criterio e inoltre Wan era capace di costruire un’ottima tensione attraverso la sua regia e un ritmo curato e ben definito.

Questo The Grudge usa spesso i jumpscares e, al contrario dei due The Conjuring, è imbarazzante vedere quanto sono prevedibili. Personalmente non sono un fan di questo mezzo per spaventare le persone, ma se viene utilizzato bene e contestualizzato può creare veramente dei bei momenti. Qui tutto ciò non accade, capiamo fin da subito in che momento i fantasmi appariranno e in molti casi lo faranno alla stesso modo: questi esseri compaiono all’improvviso, con la bocca aperta e urlando (o ruttando, a volte mi sembrava che ruttassero per via del suo distorto che facevano). Il problema non consiste nello jumpscare in se, ma il modo in cui ci arriviamo a quel punto. Ed è tremendo in cui tutto quanto è così telefonato, non riesce mai a sorprendere lo spettatore. Ci sono stati invece dei punti in cui i jumpscares hanno rovinato una buona messa in scena. L’esempio perfetto per me riguarda il detective Wilson (William Sadler), un detective ossessionato dalla casa e che non si dà pace per scoprire cosa è avvenuto veramente lì dentro. In una scena parla al suo amico Goodman di queste sue ansie e del male della casa e questa sequenza, fino a quando entrano in macchina, è resa molto bene, riesce a farti provare quel senso di dissociazione e di paranoia che attanagliano Wilson. Poi arriva lo jumpscare, banale e insipido, che rovina tutto quanto.

C’è un’altra cosa che non mi è piaciuta molto e che nel Ju-On originale invece era uno dei punti di forza maggiori: la struttura narrativa. I vari Ju-On si dividono in vari episodi che accadono a tutti coloro che entrano nel luogo maledetto. Nel Ju-On di Shimizu gli eventi non erano messi in ordine cronologico, ma venivano congiunti attraverso piccoli indizi o avvenimenti che si collegavano tra di loro oppure si univano attraverso una regia molto ben strutturata e intelligente. Qui non accade nessuna delle due. A volte ho fatto fatica a capire perché abbiano deciso di passare a certi episodi. In realtà la struttura narrativa dovrebbe funzionare in questo modo: la detective Muldoon indaga su certi casi e da lì partono le storie. Il modo che è stato utilizzato per collegare questi episodi è molto semplice ma comunque funzionale. In certi casi la detective, quando non ha a che fare con la maledizione, indagherà su tutti i casi e qui partiranno gli episodi. Solo che a volte questi episodi inizieranno anche senza che succeda niente di particolare e questo rende la successione degli eventi abbastanza confusa e porta lo spettatore a distrarsi in certi punti.

Nel film saranno presenti anche scene gore e splatter, che potevano essere una novità interessante in un film su Ju-On. Alcuni effetti artigianali sono resi anche molto bene, il problema è dove vengono utilizzati. C’è ad esempio una scena in cui un personaggio si butta da una rampa di scale. Saranno stati almeno cinque piani. Sta di fatto che quando cade per terra, c’è letteralmente un’esplosione immensa di sangue. Ma veramente tanto. Dubito che una cosa del genere possa effettivamente accadere, a meno che una persona non si butti da un grattacielo molto alto. Sapete però cos’è che in certi punti mi ha spaventato veramente? Lin Shaye. Tra tutti i personaggi del film, quello che interpretava Shaye, Faith Matheson, era quello che quando doveva è riuscito a inquietare il pubblico e tutto questo è dovuto alla bravura dell’attrice.

Per il resto il film non offre altro. Non so perché ma ogni volta che è notte nella casa c’è una fortissima luce gialla che viene da fuori, come se la casa si trovasse dentro a uno stadio completamente illuminato. La colonna sonora non è male ma in due punti mi è venuto quasi un colpo perché c’era un motivo musicale che ricordava tantissimo quello di The Ring di Verbinski, soltanto che era leggermente più lento e si sentiva molto di più il pianoforte.

Per concludere ho visto film peggiori di questo The Grudge (e in confronto a quelle robe questo film in parte ha un suo orgoglio e un minimo di decenza), ma comunque è un film veramente deludente, ricco di cliché e jumpscares molto prevedibili e una struttura narrativa zoppicante. Diciamo che questo film dimostra come adesso sia importante cercare di realizzare horror interessanti e più studiati con queste tematiche e non cercare di copiare il più possibile film di successo come The Conjuring (anche perché dopo un pò diventano ripetitivi).

Spero che la recensione vi sia piaciuta.
Alla prossima!

[The Butcher]

16 pensieri riguardo “The Grudge (2020)

  1. Dovrò comunque vederlo (e facciamo 19.163 film da vedere accodati) … anche se visto il cast, un po’ storgo il naso. La Westwood è … cioè io sarei sempre in infermeria a farmi curare. :D E’ un po’ il limite di questo tipo di film, ok l’attrice e l’attore belli, ma …
    Vedremo

    Ps.: come sempre post molto bello

  2. the grudge (quello con la sarah michelle gellar) me lo ricordo ancora di notte LOL
    era il primo film horror che guardavo e non mi sono ancora ripreso dal fantasma in soffitta che afferra la badante/ragazza iniziale…

    a parte quello non ho mai visto un altro jhorror a parte the ring, che concepisco come dramma a tine dark-soprannaturali più che horror

    1. Io ti consiglio di recuperare Kairo. Quello è un film spaventoso. E ti consiglio anche di recuperare i primi due capitoli di Ju-On, quelli che sono stati trasmessi al cinema (anche perché ce ne sono alcuni fatti per la televisione ).

  3. […] sta procedendo in maniera piuttosto curiosa. Siamo passati dal recensire un horror mediocre come The Grudge, per poi passare a una pellicola leggera e con i suoi difetti ma pur sempre godibile come Case 39, […]

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