L’orgoglio degli Amberson

Benvenuti o bentornati sul nostro blog. Nello scorso articolo abbiamo ripreso a parlare del mondo dell’animazione e siamo andati dalla DreamWorks per discutere di uno dei suoi lavori peggiori, un lavoro che doveva finire tra i Peggiori ma che, per motivi personali, ho deciso di mettere in solitaria, Baby Boss 2 – Affari di famiglia. Sono passati trent’anni e Tim è sposato e ha due figlie, Tabitha e la neonata Tina. Lui ha ancora una fervida immaginazione però vede che Tabitha si sta allontanando da lui. Intanto scopre che Tina può parlare e fa parte della Baby Corp e ha bisogno di lui e del fratello Ted per una missione. Lei riesce a riunirli e a trasformarli in bambini. Il loro obiettivo è infiltrarsi in un tipo di scuola che impone uno studio avanzato ai bambini, una scuola nata in tutto il mondo e frequentata anche da Tabitha. Grazie a ciò Tim riallaccerà i suoi rapporti con Tabitha e Ted. Tecnicamente il film non è niente di che. Si vede che gli animatori sono bravi ma il loro talento è sprecato in un film con un ritmo troppo frenetico che non riposa mai e pieno di scene inutili create solo per annoiare ma che alla fine hanno l’effetto contrario. La storia è l’elemento peggiore perché, a parte Tabitha, ha dei personaggi odiosi come Tim che è un adulto infantile e Ted che rappresenta un tipo di società tossica. La storia non ha neanche chiaro di cosa parlare perché la tematica della scuola viene accantonata e il tema della famiglia è superficiale. Insomma un fallimento totale.
Questa volta torniamo a parlare di live-action e per compensare la bruttezza dello scorso film ho deciso di portare un’opera incredibile diretta da uno dei registi migliori della storia.
Ecco a voi L’orgoglio degli Amberson (The Magnificent Ambersons), pellicola drammatica del 1942 scritta e diretta da Orson Welles.

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Trama:
Siamo alla fine del XIX secolo e gli Amberson sono una famiglia importante e benestante di Indianapolis. La giovane Isabel Amberson (Dolores Costlello) è innamorata di Eugene Morgan (Joseph Cotten) ma per un capriccio d’orgoglio causato da un evento di poco conto, lei decide di sposare l’aristocratico Wilbur Minafer (Don Dillaway). Dalla loro unione nasce George (Tim Holt) che viene cresciuto nello sfarzo e diventa viziato e prepotente. Passano vent’anni e Wibur muore improvvisamente mentre Eugene ormai da tempo è diventato un grande inventore e imprenditore di automobili e pian piano si riavvicina a Isabel. George però vede di malocchio Eugene, vedendolo solo come un arrampicatore sociale e definendo folle l’automobile ma, quando scoprirà che in passato tra lui e sua madre c’era qualcosa, si farà sopraffare dall’orgoglio.

Dovrei portare Welles più spesso sul blog in quanto nella sua carriera, oltre ad averci regalato dei veri capolavori, non ha sbagliato un film. E anche questo suo secondo lungometraggio, nonostante Welles lo abbia disconosciuto per motivi che vedremo tra poco, si dimostra incredibile e moderno.

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Iniziamo quindi con la sua produzione. C’è da dire che la storia è tratta dall’omonimo romanzo di Booth Tarkington e Welles aveva già fatto un adattamento radiofonico nel 1939, interpretando George e narrando le vicende. La produzione del film iniziò nell’ottobre del 1941 e finì nel gennaio del 1942 e le riprese si svolsero principalmente in un set enorme che sembrava una vera e propria villa, anche se fecero scene esterne dal vivo intorno a Los Angeles. Inizialmente il film era lungo 135 minuti e Welles cercò di accorciarlo con l’aiuto del montatore Robert Wise (un altro regista che adoro).

In quel periodo si era in piena seconda guerra mondiale e gli Stati Uniti, che vi erano entrati l’anno prima, avevano adottato una politica di buon vicinato con l’America Latina per impedire che quest’ultima si schierasse dalla parte dell’Asse. Perfino Walt Disney dovette partecipare a questa politica, realizzando due film antologici di cui abbiamo già parlato ossia Saludos Amigos e I tre Caballeros e anche Welles ne prese parte, realizzando il documentario (mai finito) È tutto vero, tre episodi legati all’America Latina. Solo che la casa di produzione de L’orgoglio degli Amberson, la RKO, mentre Welles era via, decise di mettere mano al montaggio del film, tagliando ben 40 minuti di pellicola (persi per sempre) e facendo dirigere a Wise, Fred Fleck e Jack Moss un finale diverso, un finale più positivo visto che il film prendeva una piega oscura e la produzione voleva qualcosa di rassicurante in quei tempi di guerra. Welles ovviamente protestò ma non poteva fare più niente a riguardo e per questo motivo in seguito arrivò a disconoscere quest’opera (in un certo senso è la stessa cosa che gli fecero con L’infernale Quinlan, ma almeno di quello abbiamo anche un montaggio il più fedele possibile all’idea di Welles).

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Parlando del lato tecnico, il film riesce a sorprendere fin dai primi minuti, in quanto è stato uno dei primissimi film a introdurre la voce narrante (il narratore è sempre Welles), una tecnica ancora sconosciuta nel cinema (inoltre non ci sono i titoli di coda ma i nomi dei vari tecnici e degli attori viene sempre detto dalla voce narrante). Tra l’altro l’inizio è gestito benissimo perché ci spiega chiaramente la situazione della cittadina, chi è la famiglia Amberson e la situazione di Isabel e del figlio George. Il tutto viene realizzato attraverso l’uso delle immagini, attraverso la voce narrante ma soprattutto attraverso i cittadini stessi che parlano tra di loro degli Amberson, spiegando tramite le loro chiacchiere tutto quanto molto bene, in modo che in pochissimi minuti venga introdotta con chiarezza l’intera situazione.

La regia di Welles si dimostrerà molto precisa e curata, capace di creare immagini con una messa in scena stupenda in cui ammiriamo con fascino sia le bellissime ambientazioni che la stupenda fotografia. Avremo diverse inquadrature a campo medio che mostrano la scena nella sua interezza e tutti i suoi personaggi, dimostrandosi barocca ma non esagerata e soprattutto sarà capace di non far perdere l’attenzione del pubblico sul fulcro delle diverse sequenze. Infatti avremo degli sfondi veramente ricchi, pieni di oggetti di scena di rilievi, di piante e tanto altro, riuscendo così a mostrare la ricchezza degli Amberson e a renderla palpabile al pubblico. E la fotografia è stupenda, con dei tagli di luce incredibili e un uso delle ombre sapiente e strepitoso ancora oggi, un tipo di fotografia espressionista che riesce a focalizzare l’attenzione su elementi specifici e in certi punti a far respirare un’aria di tensione per una situazione che rischia di precipitare. Welles arriverà anche a usare tantissime tecniche interessanti come ad esempio le carrellate in avanti e in certi casi anche dei piani sequenza che si notano appena e anche dei cambi d’inquadratura inaspettati e ben costruiti.

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La sceneggiatura è altrettanto interessante e parla di una storia che si svolge nel giro di diverso tempo, una storia che mostra l’evoluzione della cittadina stessa in quanto la vediamo cambiare ed entrare pian piano in piena industrializzazione, con le macchine che da novità iniziano a diventare la normalità. In tutta questa situazione avremo come protagonisti assoluti i personaggi di George, Isabel ed Eugene. George è un giovane adulto che è sempre vissuto nel lusso e nel potere, una persona presuntuosa e viziata che crede che tutto gli sia dovuto per il fatto di essere un Amberson. Lui è un personaggio antipatico ma scritto veramente bene e capace di fare scelte consone alla sua persona, soprattutto impedendo alla madre ed Eugene di stare insieme. Anche quest’ultimi due sono personaggi ben caratterizzati e con un rapporto molto interessanti. Entrambi si volevano bene ma per via dell’orgoglio e di un evento quasi sciocco i due non si sono mai sposati, prendendo strade differenti e costruendosi una loro vita e solo dopo tantissimo tempo si ritroveranno, provando l’uno per l’altro ancora un forte sentimento. Eppure ancora una volta la loro relazione e felicità viene fermata per via dell’orgoglio. Anche gli altri personaggi sono stupendi, in primis Fanny (Agnes Moorehead) e la sua sofferenza nella solitudine. La drammaticità è resa benissimo, non è melensa ma fredda e reale anche se, specialmente nella prima parte, non manca l’ironia. L’unico piccolo difetto è proprio il finale positivo che stona molto con quello che abbiamo visto in precedenza ma, come ho detto, non fu una scelta di Welles.

Per concludere, L’orgoglio degli Amberson è un film stupendo, un grande cult da vedere, con una tecnica incredibile e moderna ancora oggi che introduce elementi interessanti e una storia drammatica scritta benissimo e con dei protagonisti ricchi di sfaccettature e personalità. Lo consiglio assolutamente!

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Spero che la recensione vi sia piaciuta.
Alla prossima!

[The Butcher]

3 pensieri riguardo “L’orgoglio degli Amberson

  1. Ci sono film che invecchiano… e film che ti guardano mentre invecchi tu. Questo è uno di quelli.
    Hai fatto una cosa che rispetto: sei partito da un film “rumoroso”, caotico, che urla senza dire niente… e poi sei passato a Welles. È come passare dal traffico di Roma all’alba nel deserto. Silenzio, ma pieno.
    L’orgoglio degli Amberson non è solo un film, è una lezione. È il racconto di qualcosa che muore senza accorgersene. E la cosa più forte è che non succede per colpa del destino… ma per colpa dell’orgoglio. Quello stupido, quello umano, quello che ti fa perdere tutto mentre sei convinto di avere tutto in mano.
    George è uno di quei personaggi che ti stanno antipatici… ma perché ti somigliano più di quanto vorresti. È l’arroganza di chi nasce già “arrivato” e non capisce che il mondo, nel frattempo, è cambiato. Le automobili che lui disprezza sono il futuro che lo travolge. E lì Welles non racconta solo una storia: ti dice che puoi anche essere un Amberson… ma il tempo non guarda il cognome.
    E poi c’è quella cosa che mi ha sempre colpito: il fatto che questo film sia stato mutilato. Tagliato, modificato, reso “più accettabile”. Eppure… funziona lo stesso. Anzi, forse proprio per questo lascia un senso di incompiuto che è perfettamente coerente con la storia. Come se anche il film, in qualche modo, fosse vittima dello stesso orgoglio che racconta.
    La tua analisi tecnica è precisa, ma la cosa che arriva davvero è un’altra: il rispetto. Si sente che quando parli di Welles, abbassi il tono. Non perché devi… ma perché sai di essere davanti a qualcosa di grande.
    E sì, forse dovresti portarlo più spesso sul blog. Non per fare il cinefilo… ma perché ogni tanto serve ricordarsi che esiste un modo di raccontare che non ha bisogno di correre per arrivare.
    Questo non è un film che intrattiene.
    È un film che resta.

    1. Il tuo commento è stata un’analisi davvero impressionante e che riassume perfettamente il film in sé, la lenta e inevitabile decadenza di una famiglia e del suo protagonista senza che questi se ne renda conto o accetti la cosa. Sono felice che la recensione ti sia piaciuta e sono felice che tu conosca questo bellissimo film!

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