Momo alla conquista del tempo

E con questo articolo si torna a parlare di nuovo di animazione. In questo caso però vorrei finalmente parlare dell’animazione in Italia. Nel nostro Paese i i film animati sono pochi e ancor meno quelli fatti bene, ma grazie a persone talentuose, come ad esempio Alessandro Rak (L’arte della felicità, Gatta Cenerentola), abbiamo avuto la dimostrazione che anche di questi tempi si possono creare pellicole d’animazione belle e anche intelligenti.

Prima di ciò però c’è stato un regista che con le sue pellicole ci ha mostrato un grande potenziale e soprattutto ci ha accompagnato nella nostra crescita (almeno a chi, come me e Shiki, è nato negli anni ’90). Sto parlando di Enzo D’Alò, un nome che forse non vi è nuovo. Infatti lui è stato il regista de La gabbianella e il gatto, uno dei miei film d’animazione preferiti e anche il film italiano d’animazione di maggior successo commerciale. Sicuramente una pellicola indimenticabile e molto commuovente ma di cui non tratterò oggi.

Il film di cui voglio parlare è uscito nelle sale nel 2001 e, stranamente, sono in pochi a ricordarsene, nonostante sia tratto da un famoso romanzo. Vi presento Momo alla conquista del tempo, tratto dal romanzo Momo di Michael Ende.

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Trama:
In una tranquilla cittadina un giorno arriva Momo, una bambina orfana e senza una casa. Qui incontra Beppe, un signore anziano che si affeziona quasi subito alla piccola, e Gigi e i suoi amici , un gruppetto di ragazzini che aiuterà Momo a trovare un luogo in cui stare. La situazione sembra procedere per il meglio quando un giorno la città viene invasa dagli Uomini Grigi, delle persone vestite come uomini d’affari, con la pelle grigia e un sigaro che fumano senza sosta. Queste misteriose persone inizieranno ad andare in giro per il paese e convinceranno gli abitanti che il tempo a loro disposizione è terminato per colpa del tempo libro e degli svaghi e, per risolvere il problema, devono rispiarmare il loro tempo nella Banca del Tempo degli Uomini Grigi. Così facendo le persone della cittadina inizieranno ad andare sempre di corsa, evitando divertimenti e persone care per risparmiare il loro tempo nel lavoro.

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Penso che in molti conoscano Michael Ende, scrittore tedesco famoos soprattutto per aver scritto La storia infinita (libro che consiglio vivamente di leggere). Anche Momo però è uno dei suoi romanzi più famosi e apprezzati tanto che ad Hannover, nella piazza Michael Ende, c’è una statua della protagonista. Oltre ciò un lungometraggio basato sul libro era stato fatto nel 1986, una produzione italo-tedesca che vedeva alla regia Johannes Schaaf e alla colonna sonora Angelo Branduardi (in più c’era anche un cameo dello stesso Ende).
Anche il film animato di D’Alò è una produzione italo-tedesca e troviamo le musiche di Gianna Nannini che, nonostante non sia un suo fan e non la segua tanto, è abbastanza azzeccata con le sue canzoni.

Una cosa che salta subito all’occhio durante la visione del cartone sono i colori. I colori sono accesi e danno una senso di pace e armonia e aiutano a rendere i personaggi e l’ambientazione più viva. Ciò entrerà molto in contrasto con i personaggi degli Uomini Grigi, che invece avranno colori scuri (grigio e nero) insieme al fumo dei loro sigari che ogni volta invade l’ambiente circostante  e l’unico colore acceso che portano è il rosso di quando consumano i sigari che risulterà minaccioso.

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Le animazioni sono molto buone e curate, certo non ai livelli dei grandi studi d’animazione come Disney o DreamWorks, ma è fatta bene e non perde mai un colpo.
Mi diverte molto il modo in cui hanno deciso di muovere gli Uomini Grigi. Dovendo andare di fretta per non perdere tempo, questi esseri
finiranno molte volte per schiantarsi tra di loro, sia in macchina sia a piedi, e di solito si incastreranno l’un l’altro e finiranno per intralciarsi.
Personaggi a tratti buffi ma che sanno trasmettere un po’ di inquietudine (c’è una scena in cui uno di questi si dissolve perché non fuma più il sigaro che fa un certo effetto).

I personaggi secondari non saranno molto profondi ma gli vengono comunque dati dei tratti ben delineati, anche se coloro che sono resi meglio sono Beppo, Gigi e Mastro Hora.
Momo invece è una bambina dolce, gentile e sincera e grazie a queste qualità è capace di aprire il cuore degli altri. Ed è così che riesce perfino a umanizzare uno degli Uomini Grigi e scopre perché vogliono il tempo delle persone.

Ormai si è capito che il tema centrale della pellicola è il tempo ed è molto originale e intelligente il modo in cui viene affrontato. Sia nel libro che nei due film viene fatta una grande critica al modo in cui la società odierna (soprattutto quella occidentale) sfrutta il tempo. Più si va avanti e più bisogna essere veloci nel fare qualsiasi cosa e, per essere al passo, bisogna rinunciare ai piaceri della vita che possono essere passioni, amici, famiglia e amori. E’ una critica molto forte al consumismo che funziona benissimo e che riesce ad essere attuale anche oggi, anzi, soprattutto oggi. D’altronde il libro di Ende fu pubblicato nel 1973 e questo problema con il passare degli anni si è fatto senitre sempre di più.

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Ciò è ache un argomento che riguarda parecchio Shiki e me. Entrambi abbiamo i nostri tempi e cerchiamo di portare avanti i nostri doveri e le nostre passioni con calma sia perché siamo un po’ lenti sia perché vogliamo fare le cose per bene e goderci le nostre passioni. Perché a volte è meglio fermarsi un attimo per godersi ciò che ci circoda e stare bene con se stessi e con gli altri.
Momo alla conquista del tempo riesce a raccontare perfettamente ciò ed è un ottimo film sia per i più piccoli che per i grandi.

Spero che la recensione vi sia piaciuta. Alla prossima!

 [The Butcher]

P.S. Dopo il film è stata fatta una serie animata tedesca nel 2003 composta da 24 episodi. Giusto per farvelo sapere.

26 pensieri riguardo “Momo alla conquista del tempo

    1. Immagino perché è comunque qualcosa di un po’ rischioso. Nell’ultimo periodo il pubblico si è abituato a vedere commedie e drammi adolescenziali e hanno perso interesse negli altri prodotti nonostante fossero fatti bene. Negli ultimi tempi per fortuna alcune produzioni si sono mosse per cambiare un po’ le cose e di questo sono felice (guarda The End?, Il primo re, Veloce come il vento, Lo chiamavano Jeeg robot).

        1. Eh, purtroppo ho ragione su questo punto. Non mi piace come certi film siano diventati quasi delle serie TV. Chissà se questo periodo subirà un brusco tramonto con il western. Sono curioso di vedere quanto durerà.

          1. Esatto, come il western che poi è scomparso. Ora, lì c’era anche il fattore eccidio degli autoctoni… sono sopravvissuti altri tipi (pochi) di western, un po’ come i coccodrilli sono sopravvissuti ai dinosauri.
            Ci sarebbe da affrontare pure il tema dei super eroi bianchi, ovvero il panorama dei super eroi “occidentali”… ma sto andando OT!

            1. Sì, siamo un po’ fuori argomento ma credo che si potrebbe quasi scrivere un saggio su ciò che hai detto. Diciamo comunque che i nostri supereroi sono un po’ sbruffoni. Almeno è questo che vedendo soprattutto nell’ultimo periodo. Sarà per questo che Grosso Guaio a Chinatown è un film geniale. Prende la figura dell’eroe occidentale e la distrugge completamente.

              1. ahahah sì, l’antieroe per eccellenza… Contrapposto a super cattivi da videogame, e si era negli anni ’80! il periodo d’oro degli arcade
                ok, siamo OT

                    1. In realtà mi hai messo in mente quest’argomento e non riesco a levarmelo di testa. Mannaggia!

  1. La bambola giocattolo regalata a Momo che continua a ripetere, come una cantilena aggressiva e totalizzante, quell’emblematico «Voglio di più!», sarebbe già bastante per rappresentare la condanna, netta e senza appello, espressa degli autori del film (sia lo stesso Enzo D’Alò, sia il suo sodale amico Umberto Marino, con cui aveva già firmato il primissimo splendido e fiabesco La freccia azzurra) nei confronti del consumismo e di un’intera società basta su valori che sembrano derivati dall’estremismo calvinista (in base al quale, anche la religione e la filosofia garantiscono ai ricchi un salvacondotto morale) di quasi tutte le fiction televisive statunitensi, dove la vittoria ad ogni costo sul nemico in affari e nel commercio vale qualsiasi sacrifico e dove persino la famiglia e l’amore vanno sacrificati sull’altare del successo (concetto che in parte ritroviamo persino nell’animazione nordamericana più liberal, ma comunque inevitabilmente permeata di tali valori, come quella della Disney e della Pixar).

    Dicevo che sarebbe già bastante quella bambola, ma se ci aggiungiamo tutte le metafore del tempo (le ore fiore) e degli uomini in grigio, dei loro sigari che bruciano come il tempo a loro dispozione, ne esce un film che è un unico enorme apologo morale, ancora più del libro dello stesso Ende: se proprio si vuole trovare un limite nei film di D’Alò è forse proprio questa sua pesantezza etica e didattica, che se da un lato è assolutamente perfetta per un cinema ‘animazione destinato ad un pubblico infantile e scolare (che ha bisogno di questi valori di libertà ed autodeterminazione per crescere in modo sano), dall’altro risulta poco digeribile per un pubblico adulto e soprattutto in fase adolescenziale, che rischia di respingerla in modo brutale e con essa anche il film stesso.

    Come genitore a suo tempo ho molto apprezzato i primi tre film di D’Alò, giacché avevo un bambino piccolo da crescere, ma già al quarto titolo, Opomoz, con quell’opprimente mitologia regionalistica di presepi e morale partenopea, tutta la nostra famiglia era completamente fuori target e con i successivi film, poi, l’intera produzione del regista napoletano finì nel dimenticatoio, schiacciata dai suoi stessi limiti di target e sostenuta da una certa ipocrita intellighenzia critica, di taglio giornalistico veccho stile, che continuava nei festival nostrani (vedi il Giffoni) a spingere per una via italiana del cinema per ragazzi, fatta a modello de La gabbianella e il gatto o peggio di infiniti remake e reboot del Pinocchio di Collodi in stile nazional-popolare alla Comencini (non come burattino senza cuore e patria, come verosimilmente lo farà Del Toro), rendendo sempre più stretta la strada verso la vera creatività di autori come il poker d’assi costituito da Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone, artefici di una meraviglia per gli occhi e per la mente come quel Gatta Cenerentola, da te giustamente ricordato e citato.

    Se si soprassiede al terribile cappotto indossato dalla protagonista ed alle musiche della Nannini (la musica! L’altra tristissima ancora che schiaccia tantissimi film italiani, con quella provincialità che, dopo le splendide psicadelie degli horror e dei polzieschi anni ’70, ha visto i registi italiani scegliere troppo spesso dei cantautori per le loro colonne sonore – ma scherziamo? – e solo per avere una sorta di patente culturale da parte della critica biogotta e cinquantenne dei nostri media), Momo alla conquista del tempo è un grande film, certamente il più bello di D’Alò, proprio grazie alla caratterizzazione grafica e coloristica dei cattivi della storia, meravigliosi nel diventare un tutt’uno con la loro cenere e con la rabbia che diviene brace.

    «I colori sono accesi e danno una senso di pace e armonia e aiutano a rendere i personaggi e l’ambientazione più viva. Ciò entrerà molto in contrasto con i personaggi degli Uomini Grigi, che invece avranno colori scuri (grigio e nero) insieme al fumo dei loro sigari che ogni volta invade l’ambiente circostante e l’unico colore acceso che portano è il rosso di quando consumano i sigari che risulterà minaccioso»…

    Cazzo, così si scrivono le recensioni, Butch!! Davvero ben fatto!

    1. Sai, io di D’Alò ho solo visto i suoi primi quattro film. Opomoz lo vidi in televisione quando ero piccolo ma non me lo ricordo per niente. Invece gli altri (come il Pinocchio da te citato) non ho avuto modo di vederli anche perché sono difficili da reperire. Comunque almeno in questa prima parte della sua carriera, D’Alò ha fatto davvero degli ottimi film che hanno colpito il pubblico e che per fortuna il pubblico ricorda tutt’ora (tralasciando La gabbianella e il gatto, ho visto che in tanti si ricordano ancora La freccia Azzurra). Mi dispiace che alla fine si sia perso, un po’ a causa sua un po’ per via del pubblico italiano che non va al cinema a vedere film interessanti (ma su questo bisogna anche fare la colpa a pubblicità, produttori e cultura attuale ma penso che potremmo arrivare a fare un discorso incredibilmente lungo).
      Come ho già detto, sono felice che comunque ci sia qualcuno come Alessandro Rak che almeno ci sta provando e che adesso con Gatta Cenerentola ha ottenuto un certo successo. Non vedo l’ora di vedere il suo prossimo lavoro.
      Ti ringrazio mille per il commento e sappi che Momo è un film che mi porto nel cuore da tempo. È uno dei film di D’Alò che adoro di più e che da piccolo mi ha lasciato stupito (forse anche più de La Gabbianella e il il gatto).

      1. Ti conosco come esperto di cinema a tutto tondo (lo so sente quando parli di fotografia, di montaggio, di scenografia, etc.) perciò ti chiedo la tua opinione sulla musica dei film italiani dagli anni ’90 in poi, dopo i maestri sinfonici del neorealismo e post neorealismo (come le colonne sonore dei film di De Sica, Antonioni, Fellini, Scola) e dopo i melodici anni ’70 e anni ’80 (tutto il cinema di genere e le commedie)…

        1. Non so ben dirti per quanto riguarda gli anni 2000 (anche perché mi pare che il concetto di musica si sia perso e si utilizzi solo musiche di moda o dei “giorni d’oro”) ma negli anni ’90, almeno per quanto riguarda certi film, venivano utilizzate delle musiche più rock, quasi più arrabbiate. Ad esempio adoravo la colonna sonora di Parenti Serpenti, perfetta per descrivere il disfacimento della famiglia borghese.

          1. Io per esempio ho amato molto le scelte musicali schizofreniche dell’ultima “Marie Antoinette” che hanno reso frizzantissimo un film in costume cge per molti poteva risultare noioso. 😊

            1. Quel film non era per niente male. I film di Coppola riescono a dividere molto la critica e il pubblico ma quel film l’avevo apprezzato per quelle sue idee folli che in cert casi funzionano e in altri un po’ di meno.

    1. In realtà lo hanno fatto. Nel 1986, una produzione italo-tedesca. Però non è molto conosciuto e non ha avuto lo stesso successo de La storia Infinita. Comunque una storia del genere è difficile da trasporre senza rischiare di cadere nella pesantezza. Il film dell’86 non era male ma il cartone di D’Alò riesce meglio nell’intento di trasmettere il messaggio di Ende.

  2. Grazie per avermi passato l’articolo ^^ sono molto contenta di averlo letto!

    Ecco Momo l’ho conobbi e vidi per caso e me ne innamorai. Mi piacevano molto le tematiche trattate e concordo sul fatto che i colori fossero molto azzeccati. Mi ricordo ancora della scena dell’Uomo Grigio che smette di fumare il sigaro!

    Devo dire che all’epoca non feci tanto caso al fatto che fosse una produzione italiana e sarebbe interessante approfondire questo mondo dei film d’animazione italiani (soprattutto adesso dopo il caso Adrian…) quindi mi è anche tornata voglia di vederlo. Magari dopo aver recuperato anche il libro.

    1. Questo era un film d’animazione di D’Alò che comunque aveva sfornato delle pellicole interessanti ma che adesso si è andato a perdere. Adesso un regista d’animazione molto bravo che abbiamo è Alessandro Rak che ha diretto sia Gatta Cenerentola (quest’ultimo insieme ad altri registi) e l’arte della felicità. Anche quei film sono stra consigliati.

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