Ghost in the Shell

Benvenuti o bentornati sul nostro blog. Negli ultimi articoli mi sono concentrato molto su dei veri e propri cult della Disney: abbiamo parlato di Pinocchio, una pellicola tecnicamente incredibile che fece fare un balzo di qualità nell’animazione e viene tuttora considerata come uno dei film tecnicamente migliori della Disney. Nello scorso articolo poi abbiamo discusso di Fantasia, uno dei progetti più ambiziosi e coraggiosi della Disney, una pellicola formata da sette segmenti (più intervallo) in cui musica e animazione si uniscono perfettamente per creare uno spettacolo unico nel suo genere e visivamente incredibile, passando dall’animazione astratta, a balli divertenti, alla creazione della vita sulla Terra e anche a dei momenti terrificanti. Un film straordinario che purtroppo ai tempi fu un grande fallimento per la Disney ma che con il passare degli anni è stato riscoperto e apprezzato.
Dopo aver discusso di questi due film animati, penso che sia opportuno cambiare un po’ aria, lasciando gli altri film Disney per dopo. In questo caso però non ho intenzione di allontanarmi dal mondo dell’animazione. Sì, per il momento voglio ancora parlare di pellicole realizzate con questa tecnica, ma con l’articolo di oggi ci spostiamo dall’America per andare in oriente e più nella precisione in Giappone. Sul mondo dell’animazione giapponese ci sarebbe veramente tanto da dire, visto la grande importanza che ha avuto nella storia del cinema e la sua evoluzione. Con questo articolo ci spostiamo per la precisione negli anni ’90. Il Giappone ebbe un boom economico negli anni ’80, un momento di grande forza commerciale che sorprese tutti ed ebbe grandi ripercussione nel mondo dell’animazione. Quanti cartoni giapponesi che conosciamo vengono da quel periodo? Tantissimi. Quel decennio fu molto ricco e prosperoso per il Giappone, ma con l’arrivo degli anni ’90, quel tipo di economia non funzionò più e il Paese si ritrovò ad affrontare un forte crisi. Non mi metterò a spiegare i motivi per cui successe ciò, non è il mio campo, ma in questo periodo di crisi vennero fuori progetti, cartoni e pellicole molto particolari e uniche. D’altronde in quel decennio uscì Neon Genesis Evangelion e Serial Experiments Lain. Inoltre in quel periodo è uscito uno dei miei film animati preferiti, una pellicola che ha fatto la storia e che ha ispirato moltissimi registi, tra cui le sorelle Wachowski per realizzare il loro Matrix.
Ecco a voi Ghost in the Shell (Kōkaku kidōtai, 攻殻機動隊), pellicola d’animazione di fantascienza/cyberpunk del 1995, scritta da Yoshimasa Mizuo, Ken Matsumoto, Ken Iyadomi, Mitsuhisa Ishikawa e Kazunori Itō, diretta da Mamoru Oshii e basata sull’omonimo manga di Masamune Shirow.

Trama:
Il film è ambientato nel 2029. In questo futuro il mondo è stato completamente informatizzato e tutti quanti hanno parti cibernetiche o corpi completamente robotici. In questo futuro conosciamo la protagonista ossia il cyborg Motoko Kusanagi (Atsuko Tanaka), della Sezione 9 della polizia. In questa prima sequenza vediamo Motoko mentre spia un diplomatico estero che cerca di convincere un ingegnere a passare dalla loro parte per risolvere un bug riguardante qualcosa chiamato Progetto 2501. Il diplomatico si rifiuta di consegnare l’ingegnere alla polizia e Motoko decide di farlo fuori. Intanto il capo della Sezione 9, Daisuke Aramaki (Tamio Ōki) è occupato con un caso molto complesso ossia trovare Il Burattinaio, un hacker sconosciuto che ha creato diversi problemi ed è riuscito più volte a superare tutti i sistemi di difesa, arrivando ad hackerare anche i cervelli cibernetici di varie persone. La Sezione 9 deve occuparsi del caso e Aramaki affida questo compito a Motoko, Batou (Akio Ōtsuka), anche lui un cyborg, e al nuovo arrivato Togusa (Kōichi Yamadera). Il gruppo inizia a indagare su vari attacchi hacker che stanno avvenendo con sempre più frequenza, ma tutto quello che riescono a trovare sono solamente dei burattini, persone a cui è stato fatto il lavaggio del cervello e che non si rendono conto della loro percezione. Sembrano essere arrivati a un punto morto, fino a quando un cyborg scappato da una fabbrica non finisce investito. Mentre indagano sul cyborg, questo inizia a parlare e rivela la verità: lui è il Burattinaio. Quali sono i suoi obiettivi? Che cosa vuole ottenere? Motoko vuole assolutamente arrivare in fondo a questa faccenda, costi quel che costi.

Dopo tantissimi anni torniamo a parlare del grande Mamoru Oshii, uno dei miei registi preferiti. Anni fa parlai di lui grazie a Garm Wars, un film fantascientifico molto fedele al suo pensiero e alla sua filosofia che da molti anni porta avanti. Con questa pellicola stiamo parlando di uno dei suoi capolavori, una pellicola d’animazione fondamentale nella storia del cinema che ha ispirato altri lavori molto interessanti. Inoltre parliamo di una delle opere più interessanti degli anni ’90 che ancora oggi riesce ad affascinare e a far riflettere, parlando di tematiche tuttora attuali e molto intelligenti. Adesso però, parliamo del film, discutendo dalla sua creazione, del lato tecnico e delle tematiche.

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Negli anni ’90 stava avvenendo un cambiamento molto importante per quanto riguarda il lato tecnologico. In quegli anni i computer stavano diventando un prodotto comune e il mondo si stava connettendo sempre di più. Sicuramente per molte persone era un periodo curioso e pieno di dubbi e in tanti si domandarono come sarebbe stato il futuro. Ed è anche la stessa cosa che pensava Oshii quando ha deciso di portare sul grande scherzo il manga di Shirow. La tecnologia aveva cambiato le cose, anche le persone e il regista voleva pensare al tipo di impatto che un simile cambiamento avrebbe portato in futuro.

Per questo film Oshii utilizzò un tipo di processo chiamato animazione digitale generata (DGA) ossia un misto tra animazione tradizionale (per la precisione la cel animation, dove veniva usato il rodovetro) e la computer grafica e dove anche l’audio venne inserito come dati digitali. Un tipo di tecnica che in quegli anni era visto come il futuro dell’animazione. Nel film vennero usati anche dei filtri come i lens flare, che servirono per creare un senso di profondità e movimento ancor maggiore, distorcendo il background. Inoltre anche le luci e le ombre vennero rese con grande cura e questi due elementi vennero integrati nel disegno in rodovetro in modo da controllarli meglio e creare un’illuminazione unica. Per quanto riguarda la computer grafica, abbiamo degli ottimi esempi con il camuffaggio termo-ottimo di Motoko, che ancora oggi riesce a sorprendere, ma soprattutto i titoli di testa creati in digitale da Seichi Tanake dove inserì la lingua giapponese in caratteri romani (rōmaji), facendoli apparire come numeri. Sul lato tecnico Ghost in the Shell è sicuramente incredibile e tuttora moderno.
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Il design dei vari personaggi è molto curato e maturo, gli sfondi sono affascinanti e volutamente caotici, sfondi ispirati alle strade di Hong Kong. Anche i combattimenti sono stupendi e, anche se sono pochi, riescono a intrattenere lo spettatore e risultano curati in ogni dettaglio (lo scontro finale è rimasto impresso a tutti). Anche nei momenti riflessivi, attraverso i colori e l’illuminazione, quelle scene riescono a raggiungere un grado di profondità incredibile. E adesso passiamo ai personaggi.

Il più interessante di tutti è sicuramente la protagonista, Motoko Kusanagi,  per molti motivi. Uno di questi riguarda l’enorme differenza che c’è tra lei e la sua controparte cartacea. Nel manga infatti lei è un cyborg spensierato, caotico e soprattutto comico. Nel film invece è molto matura, seria e riflessiva. E onestamente parlando è stato un grande miglioramento. Matoko è un personaggio serio, che sa fare il suo lavoro e sa prendere decisioni importanti, un personaggio forte che avrà anche molti dubbi su se stessa e sul suo Ghost, la sua anima. Fin dall’inizio lei non farà che domandarsi chi sia veramente e se la sue memorie siano realmente sue (visto che alcuni ricordi vengono impiantati e posso essere rimossi). Quello che lei porrà a se stessa, agli altri e al pubblico saranno dubbi esistenziali basati sulla propria percezione e sul fatto che chiunque potrebbe modificare i ricordi e le menti di una persona. In un mondo dove tutti sono interconnessi, è molto facile perdersi.
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Tra gli altri personaggi uno dei più belli rimane Il Burattinaio di cui però non potrò dire nulla per evitare spoiler. I personaggi secondari sono invece molto caratterizzati non solo a livello di design ma anche di personalità. Tra tutti spicca sicuramente Batou, un cyborg che lavora insieme a Motoko e per cui prova un profondo rispetto, se non qualcosa di più. Lui è molto bravo nel suo lavoro e in certi punti riesce anche a capire cosa pensa Motoko. Lui verrà approfondito ancor di più nel seguito.

Per quanto riguarda le tematiche di quest’opera, ho già introdotto qualcosa con Motoko, ma in ogni caso vengono poste molte domande sulla vita, sui suoi limiti e, con l’avvento dei computer e della rete, delle infinite possibilità che può creare. E’ un’opera che parla molto anche dal concetto di essere umano, un essere umano per molti versi sempre più simile a una macchina. Un film che, utilizzando la filosofia e la retorica, cerca di porre domande a noi e a se stesso. Tutte queste tematiche fanno riflettere parecchio e in un certo senso fanno venir voglia di vivere, almeno è questa la sensazione che ho avuto io in più punti. Un’opera veramente intelligente che mette in dubbio ciò che crediamo sia davvero reale (l’esempio perfetto lo abbiamo con il povero netturbino) e che ci incita a riflettere sul mondo in cui viviamo, ad avere più consapevolezza di noi stessi e di tutto ciò che ci circonda. Ed è questo il tipo di fantascienza che amo e che sempre amerò, un tipo di fantascienza sempre pronta e mettersi in gioco, a farsi domande esistenziali alla ricerca della verità.
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Da come avete potuto capire, questo non è un film adatto a tutti e bisogna vederlo con una certa mentalità aperta e prepararsi a tutti gli elementi filosofici di cui discuteranno. Una pellicola che purtroppo fu un flop quando uscì in sala (e siamo a tre insieme a Pinocchio e Fantasia) ma che, grazie all’home video, venne subito riscoperto, creandosi molti fan e dimenticando un cult.

Per concludere, Ghost in the Shell è un film animato di fantascienza fondamentale non solo nel campo dell’animazione ma nel cinema in generale. Un film tecnicamente incredibile e ancor oggi molto moderno nelle tecniche utilizzate ma soprattutto un film profondo che si interroga sull’uomo, sulle macchine e sulla vita. Una pellicola che ha ispirato tante altre opere straordinarie come ad esempio Matrix (le Wachowski hanno detto che il codice di Matrix è ispirato ai titoli di apertura di Ghost in the Shell, così come anche il modo in cui i personaggi si collegano al Matrix). Non sol, questo film influenzò anche A. I. – Intelligenza Artificiale e Avatar. Anche oggi Ghost in the Shell si dimostra maturo e molto avanti con le sue tematiche e anzi, ora più che mai si dimostra tremendamente attuale.
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Spero che la recensione vi sia piaciuta.
Alla prossima!

[TheButcher]

34 pensieri riguardo “Ghost in the Shell

  1. Gran bel film… mi ricordo le prese in giro dei miei compagni di classe quando dicevo che volevo vedere “Ghost in the Shell”: “Oh, vai a vedere il cartone strambo con la tipa nuda? Che schifezza!” per loro, “Dragon Ball Z” era il massimo dell’animazione giapponese…
    Se voglio immergermi nel genere cyberpunk per scrivere un racconto (se vuoi, puoi leggere il mio articolo “Cyberpunk: #tuttoandramale”) devo basarmi su “Ghost in the Shell” in primis, poi su “Blade Runner” e il film “Running Man”.
    Bellissima recensione, Butcher!

    1. Grazie mille! Purtroppo certe opere non vengono comprese da molti anche perché si limitano a guardare solo la superficie e non si domandano cosa voglia realmente dire e quanto voglia parlare di argomenti importanti. Cercherò di leggere il tuo articolo il prima possibile, grazie ancora per il commento!

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