L’uomo con la macchina da presa

Benvenuti o bentornati sul nostro blog. Nello scorso articolo siamo tornati come da tradizione a parlare di animazione e questa volta ci siamo spostati in casa Disney per discutere del seguito di uno dei loro film di più grande successo, un seguito che aveva del potenziale, Frozen 2 – Il segreto di Arendelle. La storia inizia nel passato, con il padre di Elsa e Anna che narra dell’accordo di pace fatto tra il loro nonno e la tribù dei Northuld. Per qualche motivo però scoppiò uno scontro fra le due fazioni, gli elementi della natura sparirono e una nebbia ricoprì la Foresta incantata, casa dei Northuld, impedendo a chiunque di entrare e uscire. Anni dopo Elsa è diventata Regina ma sente una voce chiamarla con insistenza e alla fine le risponde, causando così il risveglio degli elementi che mettono Arendelle in pericolo. Elsa dovrà andare nella Foresta incantata e scoprire la verità sul passato. Il film a livello tecnico è veramente stupendo, ricco di dettagli interessanti e ben resi, delle animazioni curate e delle ambientazioni magnifiche ed evocative, il tutto valorizzato da una regia capace di regalare sequenze ottime. La storia vuole veramente narrare qualcosa di interessante, ampliando il mondo di Elsa e Anna e trattando tematiche mature e interessanti, ma purtroppo lo fa con superficialità e in maniera ingenua, diventando a volte retorico, nonostante ci siano dei momenti belli tra Elsa e Anna e qualche scena comica divertente. Mi dispiace, aveva molto potenziale.
Torniamo ai film live-action e questa volta ci spostiamo in un mondo completamente diverso, andando negli anni ’20 e discutendo di un’opera sovietica davvero curiosa.
Ecco a voi L’uomo con la macchina da presa (Человек с киноаппаратом), documentario del 1929 scritto e diretto da Dziga Vertov.

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Trama:
Il film è ambientato a Odessa e mostrerà, dall’alba fino al tramonto, un cineoperatore compiere varie riprese di vita quotidiana ma molte volte cercherà inquadrature molto ardite e coraggiose, cercando di trasmettere sensazioni attraverso le immagini.

Questa volta si parla di qualcosa di diverso dal solito, primo perché non credo di aver mai portato un documentario sul blog, secondo perché parliamo di un film sperimentale davvero particolare che aveva un intento ben preciso e che ancora oggi continua ad affascinare molto.

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Prima di parlare dell’obiettivo che il regista voleva raggiungere con quest’opera, è doveroso discutere prima del lato tecnico anche perché il film, come potreste aver capito, non ha una sceneggiatura e in generale una trama. Lo stesso regista, attraverso le uniche didascalie del film, ci spiega che l’opera è un esperimento per creare un nuovo linguaggio universale e che non ci saranno set, attori, sceneggiatura e altro, tutto quello che si vedrà è basato sul reale, sulla vita di tutti i giorni. Già dall’inizio la regia sa affascinare attraverso scene di un cinema vuoto che mano a mano si riempie sempre di più, con i sedili delle sedie che si abbassano da sole. In seguito vedremo il cineoperatore muoversi per zone diverse della città lungo tutto l’arco della giornata e qui non solo lo vedremo mentre realizzare le riprese, ma vedremo anche le riprese stesse. Quindi lo osserveremo nella ricerca di scene e inquadrature che possano descrivere la vita della città in tutta la sua completezza e complessità, mostrando eventi lieti e tristi, mostrandoci la sua bellezza, la sua frenesia, la sua ricchezza e la sua povertà e tanti altri piccoli elementi che rendono la città viva. Qui le inquadrature varieranno sempre, passando da scene con inquadrature precise a quadrate ad altre particolare sbilenche, a volte dall’alto che si daranno una prospettiva unica e interessante della città.

Tra l’altro il cineoperatore cercherà in diverse occasioni delle inquadrature anche molto rischiose, inquadrature bellissime che lo mettono però i pericolo e uno degli esempi migliori è proprio all’inizio, quando continua a riprendere il treno in corsa e lui si trova sulle rotaie e non si scansa se non all’ultimo secondo. Tutto ciò viene fatto per mostrare la quotidianità e la vita stessa della città, ma allo stesso tempo viene fatto per trasmettere delle forte sensazioni attraverso le immagini. Nel complesso vediamo l’impegno e l’amore per le immagini, per la ricerca di un’immagine forte e che sappia parlare al pubblico senza alcuna necessità di spiegazioni (in questo caso le didascalie). Il film non sarà sperimentale solo per le inquadrature ma anche attraverso il montaggio e il ritmo, qualcosa di molto diverso per il cinema di allora. Infatti il ritmo del film è molto veloce e il montaggio tenderà in certe occasioni a sovrapporre le immagini, creando momenti evocativi, come ad esempio quelle in cui vediamo un campo lungo della città e sovrapposta a essa c’è l’operatore che sembra essere sopra i suoi tetti. Alcuni tagli saranno veramente rapidi e a volte diventano anche frenetici ma mai veramente fastidiosi. E la musica seguirà perfettamente questo ritmo, seguendo perfettamente ogni tagli, ogni cambio di scena, descrivendo molto bene le sensazioni di quel momento. Tecnicamente questo film è straordinario e mostra anche un certo fascino per le sue intenzioni.

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Come abbiamo detto prima, Vertov voleva creare un nuovo linguaggio attraverso il film, cercando di discostarsi da quello della letteratura e del teatro da cui il cinema attinge molto. Inoltre con questo film cercava di seguire l’ideologia del movimento di cui faceva parte e di cui era stato uno dei fondatori, kinoglaz, il cui obiettivo era quello di valorizzare il documentario e dimostrare anche la sua superiorità rispetto allo stile dei film di finzione che considerava come opere che distraevano la massa. Nonostante non sia affatto d’accordo con quest’ultima idea (perché sappiamo quanto i film di finzione possano mostrarci una forza incredibile capace di sopravvivere al tempo), ho apprezzato la volontà del regista di mostrare la realtà in tutte le sue sfaccettature, arrivando a fare perfino del meta-cinema vedendo il lavoro dell’operatore. E attraverso le immagini riesce anche a trasmettere qualcosa, dimostrandosi certo un film sperimentale ma non un’opera fredda. Ai tempi purtroppo fu aspramente criticato per il suo stile e il suo montaggio, ma con il passare del tempo è stato rivalutato e adesso è considerato un must, un film da vedere almeno una volta nella vita.

Per concludere, L’uomo con la macchina da presa è un film straordinario, un film più unico che raro che voleva portare in scena un nuovo linguaggio, mostrandoci un cineoperatore riprendere la vita di tutti i giorni della città con inquadrature e un montaggio sperimentali ed evocative che ci fanno provare varie emozioni. Lo consiglio assolutamente!

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Spero che la recensione vi sia piaciuta.
Alla prossima!

[The Butcher]

38 pensieri riguardo “L’uomo con la macchina da presa

  1. Oh Butcher…tu mi fai viaggiare nel tempo come se fosse un cambio scena di Vertov.

    Ogni volta che passo di qui trovo non solo una recensione, ma uno sguardo.E questa cosa non è scontata.

    Grazie davvero per i like costanti a quello che scrivo — li vedo, li apprezzo e li porto a casa come piccoli timbri di complicità cinefila.

    Però te lo dico con affetto:oltre al like, ogni tanto aspetto anche un tuo commento sotto i miei pezzi.Mi piacerebbe sapere cosa vede la tua “macchina da presa” quando inquadra le mie parole.

    Sul film: straordinario come riesca ancora oggi a sembrare moderno.Il coraggio tecnico, il montaggio che respira e accelera, l’idea di linguaggio universale… roba che ancora vibra.

    Alla prossima visione,e alla prossima chiacchierata vera sotto un post 😉

    — Gianni

    1. Il tuo commento è davvero carico di affetto e ti ringrazio molto per le tue parole sui nostri articoli. Amo il cinema e mi diverto un mondo a esplorare questo mondo così ricco e vasto e capace di sorprendere per il suo linguaggio universale e per la capacità di rimanere moderno anche dopo un secolo e questo film ne è una prova, un film pieno di vita attraverso ogni sua inquadratura. Mi scuso però per la mancanza di commenti sui tuoi articoli. Sto cercando di essere costante con tutti i blog che seguo ma molte volte non so bene cosa dire e ho paura di lasciare commenti che sembrino vuoti. Cercherò di fare meglio in futuro!

    1. Il cinema sovietico è folle ma è anche un tipo di cinema incredibile e stupendo che ancora oggi rimane affascinante e moderno. Peccato che sia del tutto scomparso, ma almeno la loro eredità è rimasta viva.

  2. Grandioso. Il film lo si trova completo su YouTube, dura un’ora o poco più, molto “realista” se così si può dire. Ricorda ovviamente Ėjzenštejn, per vari motivi. Scene apparentemente slegate, ma non prive di fascino: un racconto di vita, a tratti anche rischioso e spericolato.

    1. Anch’io ho avuto una grande fissa per quel periodo diverso tempo fa e onestamente è qualcosa che va e viene. Queste due decadi sono incredibili a mio avviso. Molti di questi film (soprattutto quegli degli anni ’20) rimangono tremendamente moderni.

        1. Posso capire assolutamente. E in generale gli anni ’20, rispetto agli anni ’30, mi lasciano a bocca aperta per il coraggio di mettere in scena certe storie. Gli anni ’30 sono bellissimi, ma purtroppo in quel periodo entrò in vigore un certo tipo di censura che andrà a limitare per troppi anni la libertà artistica.

  3. La cosa incredibile sai qual è? Che già solo dalla tua descrizione, ho capito che sarebbe un film rivoluzionario ancora adesso. Con la differenza che, adesso, nessuno avrebbe il coraggio di farlo. Certe volte ci dimentichiamo quanto sono stati rivoluzionari, dal punto di vista culturale, il cinema e l’Unione Sovietica che precedette la presa di potere da parte di Stalin.

    1. Nonostante ne abbia visti diversi, rimango sempre sorpreso dalla follia e dal genio dei film anni ’20, non solo quelli sovietici ma in generale tutti quelli di quella decade. Proprio perché c’era una voglia di sperimentare in questo campo che a quei tempi era veramente giovane. E certamente i film sovietici si sono dimostrati ottimi sotto quel punto di vista e questo film è tremendamente moderno.

        1. Certamente! Uno dei primi film che diresse durante il suo “periodo inglese” e probabilmente anche il migliore che fece in quella sua parte della carriera. Tempo addietro recuperai buona parte dei suoi film legati a quell’epoca e ne recensii pure uno che reputo davvero molto bello nella sua messa in scena ossia Vinci per me. Quello è una parte della sua carriera davvero affascinante e ricca di idee che dev’essere citata più spesso.

        1. Assolutamente sì! E parlando di limitazioni mi vengono sempre due registi nostrani che amo profondamente, Mario Bava e Lucio Fulci. Questi due hanno sempre lavorato con budget molto risicati eppure proprio per quelle limitazioni hanno inventato numerosi metodi per arrangiarsi che poi hanno reso quell’opere di grande qualità (tipo i trucchi che Bava usava con gli specchi che ancora oggi reggono benissimo).

            1. Onestamente non ho idea di cosa ti stia riferendo. Non ricordo documentari simili diretti da lui. Ricordo un documentario degli anni ’40 che fu praticamente il suo debutto come regista (anche se quello era un cortometraggio).

              1. Non l’ho visto neanche io, ma avevo un amico cinefilo che mi raccontava questa storia. Che Bava doveva girare un documentario (che potrebbe essere stato un cortometraggio) su un terremoto avvenuto in Basilicata e che per includerci una scena “spettacolare” inquadrò una chiesa nel riflesso di una bacinella piena di acqua. Dando un calcio alla bacinella, sembrava che la chiesa stesse crollando.

                1. Onestamente non saprei. Il terremoto era quello dell’Irpinia? Che tra l’altro è avvenuto lo stesso anno in cui è morto il regista. E onestamente potrei anche credere che abbia usato quel metodo per simulare un terremoto. Per dire ricordo bene che nel bellissimo Sei donne per l’assassino per creare le carrellata mise la macchina da presa nella carrozzina di un bambino. Praticamente si arrangia a come poteva e creava scene incredibili. Questa cosa del terremoto però mi è nuova.

                    1. Ora come ora sto cercando informazioni a riguardo ma non trovo nulla sulla questione. Sì, ho scoperto del terremoto del 1940, ma niente che colleghi a Bava. Ammetto però che è stato interessante fare queste ricerche. Involontariamente ho imparato diverse cose.

  4. Non conoscevo L’uomo con la macchina da presa ma quello che hai scritto mi ha davvero incuriosita. Mi piace molto come hai spiegato l’idea di questo nuovo linguaggio del cinema e il modo in cui il film racconta la vita quotidiana della città. È stata una lettura davvero piacevole.

    1. Sono molto felice che la recensione ti sia piaciuta e soprattutto sono contento di averti incuriosito riguardo questo film. E’ un’esperienza interessante e ancora oggi lascia a bocca aperta per quanto moderno sia a distanza di più di cento anni. Se mai dovessi vederlo fammi sapere che ne pensi!

  5. ebbé questo è pionieristico

    tuttavia, visto al giorno d’oggi può essere interessante per tutte le trovate di ripresa e montaggio, anche per il coraggio di certi punti di ripresa, ma a me questo cinema dello stupore puro dopo un po’ stanca

    in pratica, è una lista delle possibilità del cinema finora esplorate e appena scoperte

    1. Capisco perfettamente il tuo punto di vista, d’altronde qui parliamo di un film sperimentale che non aveva una vera e propria trama ma voleva solo mostrare la vita quotidiana a Odessa, cosa che riesce bene perché alla fine riesce a trasmettere quel senso di caoticità che si prova nel vivere in una grande città ma anche la tranquillità di certi momenti più intimi. Onestamente questo film non mi stanca mai proprio per il modo in cui ha gestito tutto, per la sua modernità e per la sua folle bellezza. E parliamo di un film che ha più di cento anni. Gli anni venti del secolo scorso sono stati veramente folli.

      1. per me dopo la metà inizia a essere lunghetto
        capisco l’avanguardia (ma che visto oggi, un po’ come gli stilemi narrativi di Poe, non fa più scalpore) ma preferisco il cinema narrativo e più lento, più parlato

        1. Quello anch’io. Questo era un esperimento del regista che pensava che il documentario fosse superiore al cinema narrativo e voleva mettere in pratica questa sua idea. E come scrivo nella recensione, sono felice che alla fine non si sia andati verso quella direzione. Però sta di fatto che a me non annoia mai e che mi sorprende sempre quando lo rivedo.

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