February – L’innocenza del male

Bentornati a tutti quanti con una nuova ecensione. Dopo un po’ di tempo (anche se non così tanto) torno a parlare del mio genere cinematografico preferito in assoluto: l’horror. Ormai chi segue il blog lo sa bene, ma comunque continuerò a ripeterlo: amo l’horror e mi diverto tantissimo a parlarne e a recensirlo. In questo periodo ammetto però di non aver visto troppe pellicole dell’orrore, cosa che rimedierò sicuramente, e mi sono concentrato un po’ di più su altri generi (ad esempio l’animazione). Comunque sia ho visto e rivisto alcuni horror veramente belli e interessanti e uno di questi era Martyrs. Martyrs è probabilmente uno dei miei film preferiti in assoluto ed è anche uno di quei film che faccio fatica a rivedere. Questo perché quel film riesce ogni volta a lasciarmi a pezzi per la sua cattiveria (soprattutto quella psicologica) e per la sua visione negativa e pessimistica del mondo. Ammetto che volevo farci un articolo, anzi è uno dei progetti che ho in mente di fare da parecchio tempo, ma vorrei fare qualcosa di più che una semplice recensione per quella pellicola (un po’ come ho fatto per Jurassic Park). Quindi alla fine ho deciso di accantonare l’idea di fare un lavoro su Martyrs, per il momento (in compenso mi è venuto in mente che potrei parlare degli altri film del regista, Pascal Laugier, visto che la sua filmografia purtroppo è molto breve, e poi concentrarmi su Martyrs). In compenso ho deciso di buttarmi su una pellicola e in particolar modo su un regista che tengo d’occhio da un po’ di tempo e che abbiamo parlato non in qualche articolo passato. Cos’ha di interessante questo film? Scopriamolo insieme!
Ecco a voi February – L’innocenza del male (The Blackcoat’s Daughter), film horror del 2015 scritto e diretto da Oz Perkins

Trama:
Ci troviamo in un famoso college cattolico a Bramford. Le vacanze invernali sono alle porte e le studentesse (è un college femminile) non vedono l’ora di tornare a casa. Kat (Kiernan Shipka) è una studentessa timida e chiusa che non vede l’ora che arrivino i suoi genitori a prenderla. Dall’altra parte invece conosciamo Rose (Lucy Boynton), una ragazza più grande che invece dà ai suoi genitori la data sbagliata per venirla a prendere sia perché vuole passare un po’ di tempo con il suo ragazzo sia perché è preoccupata dal fatto che potrebbe essere incinta. Quindi Rose rimane al college per le vacanze e a sorpresa anche Kat non torna a casa. Questo evento succede perché la ragazza non riesce più a contattare i suoi, che sembrano scomparsi nel nulla e, finché non avrà loro notizie, rimarrà nel college. Rose quindi deve controllare Kat, che è ancora una ragazzina, ma l’adolescente non vuole farle da babysitter e la lascia sola per andare dal suo ragazzo. Quando ritorna, Rose trova Kat che sta facendo qualcosa di inspiegabile. E oltre alle due ragazze viene introdotto anche il personaggio di Joan (Emma Roberts), una ragazza che a quanto pare è riuscita a fuggire da una clinica psichiatrica e che sembra voglia andare a Bramford. Grazie all’aiuto di Bill (James Remar), un uomo pronto ad aiutare il prossimo, Joan si dirigge verso la cittadina ed è qui che le storie si intrecciano.

February è stato il debutto alla regia di Oz Perkins (il suo vero nome è Osgood Robert Perkins). Abbiamo già discusso di questo regista nel suo meraviglioso Gretel & Hansel, ma non fa mai male ripetere le cose. Lui è il figlio dell’attore Anthony Perkins famoso per aver interpretato Norman Bates in Psycho, uno dei lavori più belli creati dal grande Alfred Hitchcock. Tra le altre cose Oz Perkins debuttò nel mondo del cinema come attore nel 1983 in Psycho 2, affiancando il padre. Dopo questo film partecipò ad altri film e serie tv senza però ottenere un grande successo, visto che il più delle volte si trovava a recitare in ruoli minori. Con Reneval nel 2010 inizia la sua carriera da sceneggiatore e nel 2015 esce finalmente nelle sale February – L’innocenza del male, il suo primo lungometraggio, film che ha fatto molto parlare di se e che ha fatto notare Perkins a molte persone. In realtà il film venne fatto molto prima, ma ci vollero ben 17 mesi e molti festival del cinema prima che la A24 (sempre sia benedetta) distribuisse la pellicola con il titolo di The Blackcoat’s Daughter. In Italia è stato invece distribuito dalla Midnight Factory e gli è stato dato il nome di February. Un cambio di titolo che in verità ho apprezzato. Così come è successo per Somnia, anche in questo caso February doveva essere il titolo originale dell’opera, visto che la storia è ambientata proprio nel mese di febbraio, ma alla fine hanno optato per The Blackcoat’s Daughter.

Non vedevo l’ora di parlare di questo film perché riesce a rappresentare molto bene un concetto che a mio avviso il pubblico ha distorto riguardo il mondo del cinema: l’originalità. Specialmente nell’ultimo periodo, sono in tanti a lamentarsi del fatto che non esista più originalità nel cinema, data la quantità incredibile di remake, reboot, sequel, prequel e spin-off che stanno sfornando. E in parte capisco pure bene questo raggionamento, ma in certe occasioni si esagera troppo e si critica che in molti film si parli sempre degli stessi argomenti o della stessa storia. Qui la questione mi pare molto esagerata visto che la gente chiede sempre una storia nuova e mai vista, altrimenti un film non può definirsi tale (e poi esce La cura dal benessere e tutti lo criticano perché è troppo particolare, l’ironia). Questo è un modo di pensare molto sbagliato perché, come ho ripetuto più volte in articoli precedenti, anche da una trama banale e lineare può uscire qualcosa di incredibile e unico. L’esempio perfetto è Suspiria, un film con la trama più semplice del mondo ma realizzato in una maniera assurda, folle e meravigliosa. Oppure, se vogliamo un esempio più recente, possiamo citare Knives Out, dove vengono ripresi tutti gli elementi classici del giallo per poi inserirli in maniera molto intelligente attraverso una regia e una messa in scena curatissima.

February fa parte proprio di questa categoria, prende un tema usato tantissime volte e lo mette su schermo in maniera del tutto nuova. E qual’è la tematica principale del film? La possessione demoniaca. Sappiamo tutti fin troppo bene quanto questo argomento sia stato usato ne cinema horror e come il più delle volte i risultati finali siano stati parecchio deludenti. Ci sono state però delle eccezioni capaci di far provare un grande interesse per l’argomento e February in questo riesce molto bene. Uno dei motici principali di questo risultato è il modo in cui viene narrata la storia. Il film infatti non segue un ordine cronologico ma procede a seconda dei vari punti di vista delle protagoniste.

Il primo punto di vista che ci viene presentato è quello di Rose, che ci introduce alla storia, al luogo in cui tutta la vicenda avverrà e ci presenta anche i personaggi di Joan e Kat. In questa parte è interessante notare lo strano comportamento che ha Kat, una ragazzina che sembra quasi dissociata, a volte con lo sguardo perso in certi punti e a volte con un comportamento ansioso e impaurito come se ci fosse qualcosa. In questa parte possiamo vedere come Kat sia un personaggio molto ambiguo e non riusciamo a inquadrarla molto bene, mentre invece riusciamo a conoscere bene Rose, il suo comportamento e la situazione in cui si trova.
Dopo di lei passiamo al punto di vista di Joan ed è qui che arriva una svolta molto interessante che cambia le carte in tavola e rende la storia più affascinante. Perché scopriamo chi è veramente Joan e altre informazioni di grande importanza (che non rivelerò perché potrebbero essere spoiler). E qui capiamo anche che la trama è più intricata di quello che sembrava. C’è una sola cosa che ancora il pubblico non riesce a spiegarsi di Joan: le sue motivazioni. Ovviamente verrano svelate ma solo alla fine. E’ stato un bel colpo e ha reso ancor più ricca la narrazione.
Infine arriviamo al punto di vista di Kat. Il suo punto di vista è quello più importante di tutto il film in quanto scopriamo tutta la verità su tutto quanto, cos’è successo veramente, le sue azioni e le sue motivazioni. Inoltre in questa parte della storia avremo una visione interessante del demonio e non intendo a livello di design ma riguardo il rapporto con un determinato personaggio, cosa che a mio avviso è stata fatta poche volte nei film e che, se resa bene, può rivelarsi un’idea stupenda, cosa che è successa in questa pellicola. So bene di essere molto vago e di non entrare troppo nei dettagli, il punto è che la trama in realtè molto semplice e diretta, se provo a dire qualcosina in iù rischio veramente di fare enormi spoiler.

Come ho già detto in precedenza, più che la storia in sé, già vista molte volte, si rimane affascinati dal modo in cui viene narrata, seguendo il punto di vista delle tre protagoniste e riuscendo in questo modo a incuriosire ancor di più lo spettatore. La pellicola è stata montata molto bene, riesce a narrare questa storia senza mostrare alcuna caoticità, facendoci intuire con scene precise cosa potrebbe accadere e dandoci degli indizzi molto intelligenti che si possono notare benissimo anche la prima volta che lo si visiona.
Il montaggio quindi è una delle componenti migliori di tutta la pellicola, ma anche la regia si dimostra molto curata. Nonostante questo sia il primo lungometraggio di Perkins, il regista dimostra una certa maturità con la camera da presa e con la messa in scena. Basta pensare a una delle primissime inquadrature del film dove vediamo un cielo limpido e luminoso in un panorama completamente innevato e in primo piano un lago quasi completamente ghiacciato dove si riflette il sole. Un’inquadratura idilliaca e in un certo qualmodo onirica e questo tipo di inquadrature saranno presenti in momenti ben specifici. Come ho detto, la regia è molto curata e il regista tende ad avere un modo di girare molto preciso e quadrato. Il tutto è molto calcolato e c’è una freddezza che ho trovato interessante, creata apposta per descrivere quel senso di isolamento e solitudine che si prova per buona parte della pellicola. Per di più nel film non sarà presente alcun tipo di jumpscares . Oz Perkins ha deciso di non utilizzare questo stratagemma, ma ha preferito basare tutta la tensione sulle ambientazioni e sull’atmosfera (proprio come Gretel & Hansel). Per molto tempo si ha la sensazione si essere isolati da tutto il mondo, come se la scuola fosse un microverso a parte, eppure si ha anche la sensazione che ci sia qualcosa e trovo ottimo che si riesca a creare la tensione nonostante il pubblico sappia cosa stia succedendo.
I complimenti vanno anche alle tre attrici principali che sono riuscite a essere molto credibili e a interpretare ruoli complessi, in particolar modo Kiernan Shipka ed Emma Roberts.

Qui si conclude la recensione di February. Questo film dimostra molto bene come sia possibile realizzare una pellicola molto intelligente e originale prendendo una base già vista e rivista. Un horror realizzato con grande cura con un’atmosfera e un’ambientazione azzeccati e delle protagoniste molto in gamba. Un debutto alla regia notevole e, anche se ho preferito parecchio Gretel & Hansel sia a livello emotivo che tecnico, ne consiglio assolutamente la visione.

Spero che la recensione vi sia piaciuta.
Alla prossima!

[The Butcher]

12 pensieri riguardo “February – L’innocenza del male

  1. lìho visto stavolta e devo dire che la tua recensione è osrei dire perfetta! concordo con te quando dici che si a volte vengono riprese tematiche abusate, ma è l’originalità del come vengono usate a farne dei bei film . e concordo per essere una prima volta è davvero buona regia e le interpreti bravissime! sì da vedere e la tua recensione da leggere”

    1. Grazie mille per il tuo commento. Sono contento che il film ti sia piaciuto. Anche il suo Gretel e Hansel è un ottimo film e dimostra come se la cavi bene come regista (e come sia maturato).

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