I racconti del terrore (1962)

Benvenuti o bentornati sul nostro blog. Nello scorso articolo abbiamo parlato dopo molto tempo di un cinecomic e lo abbiamo fatto con X-Men: Dark Phoenix. Un film pieno di difetti, imperfetto, che non è stato apprezzato e posso capire benissimo i motivi, ma ho trovato certe critiche decisamente severe e ingiuste. Alla fin fine è un film d’intrattenimento che rimane fedele alle tematiche presenti nelle pellicole precedenti della saga. Ha diversi problemi come nemici dimenticabili, un terzo atto troppo frettoloso e collegamenti ai capitoli precedenti non proprio curati, ma ha dei personaggi molto umani che sbagliano e si prendono le proprie responsabilità e degli elementi tecnici molto curati e fatti bene. Sicuramente è un film che potrà non piacere, ma dagli comunque un’occasione.
Con questo articolo cambiamo completamente genere e periodo. Ci spostiamo quindi negli anni ’60 e torniamo a parlare del ciclo cinematografico di Edgar Allan Poe, creato e diretto da Roger Corman. L’ultimo film di cui ho discusso a riguardo era Sepolto Vivo, un’ottima pellicola che seguiva le regole che Corman e lo sceneggiatore Richard Matheson avevano creato, portando su schermo una storia affascinante, capace di intrattenere e con delle ottime sequenze. Anche in questo caso la pellicola ebbe un buon successo come accadde per I vivi e i morti e Il pozzo e il pendolo. Ovviamente Corman e l’American International Pictures decisero di continuare ancora con la trasposizione sui racconti di Poe. Con questo quarto capitolo però abbiamo una piccola differenza: sarà un film antologico che prenderà in esame ben tre racconti di Poe ossia Morella, Il gatto nero e La verità sul caso di Mr Valdemar.
Ecco a voi I racconti del terrore (Tales of Terror), pellicola horror/gotica del 1962 scritta da Richard Matheson e diretta da Roger Corman.

Iniziamo subito con il primo episodio: Morella.
Trama:
Lenora Locke (Maggie Pierce) torna dopo molti anni a casa di suo padre (Vincent Price). Il padre si è recluso nella sua villa dopo la morte della moglie Morella (Leona Gage) e non vuole vedere la figlia. Il motivo è semplice: Morella è morta dando alla luce Lenora e la considera colpevole. Però i due sembrano volersi riavvicinare ma il fantasma di Morella è in agguato, pronto a seminare vendetta.

Questo episodio è molto classico e ci sono diversi elementi che si rifanno allo stile creato da Corman e Matheson e possiamo vederli fin dall’inizio. Lenora va a trovare suo padre che non vede da tempo e la villa si trova dopo una foresta circondata dalla nebbia, la villa stessa è trasandata e decadente nonostante si capisca che in passato fosse stata meravigliosa e il padre è un uomo distrutto dal dolore e dalla perdita. Questo stile è come al solito molto interessante e riesce ancora una volta a incuriosire lo spettatore, specialmente il difficile rapporto tra i due, dove il personaggio interpretato da Price sarà combattuto dal risentimento che prova per la figlia (un risentimento che gli è stato tramandato dalla moglie in punto di morte) e l’affetto che pian piano inizia a provare per lei. Sembra che tra i due ci possa essere una sorte di riconciliazione, un ‘opportunità per essere una vera famiglia anche se brevemente, ma questa seconda possibilità viene infranta da Morella, dal suo spirito vendicativo che vuole punire chi, secondo lei, l’ha uccisa. Una storia tragica e triste, che riesce a funzionare grazie all’ambientazione e le tematiche. Decisamente un buon inizio.

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Adesso passiamo al secondo episodio, Il gatto nero.
Trama:
La storia narra di Montresor Herringbone (Peter Lorre), un ubriacone che ogni volta ruba i soldi alla moglie Anabel (Joyce Jameson) per andare a bere la sera. Un giorno Montresor entra in un locale dovei si sta tenendo una degustazione di vini alla quale partecipa il famoso Fortunato (Vincent Price), uno dei migliori sommelier in circolazione. Montresor decide di sfidarlo a una gara di degustazione, finendo per ubriacarsi troppo. Fortunato lo aiuta a tornare a casa ed è qui che conosce Anabel e i due si innamorano. Ma Montresor scopre la relazione e decide di vendicarsi.

Oltre che a Il gatto nero questo episodio si ispira anche al racconto Il barile di Amontillado e vede come protagonista il grande Peter Lorre, un attore incredibile e molto espressivo che io ricorderò sempre per il suo ruolo in M – Il mostro di Dusseldorf.
Questa parte sarà molto diversa dal primo episodio e anche dai film precedenti. Un elemento che infatti emergerà specialmente nella prima metà è la commedia. La prima parte infatti è molto divertente e ha dei momenti comici stupendi. Montresor è un personaggio orrendo, egoista e subdolo, ma nonostante tutto Lorre riesce a renderlo comico, come nella scena in cui ferma ogni passante inventandosi varie scuse per farsi dare qualche soldo per bere. Per non dire della gara di degustazione tra Fortunato e Montresor dove i due daranno una grande prova attoriale, in certi punti assumendo espressioni volutamente esagerate. La prima metà è divertente, ma si passerà all’horror vero e proprio quando quando Montresor metterà in atto la propria vendetta. Dopo che avrà commesso il crimine, lui inizierà a soffrire di visioni in cui vedrà vari animali ma soprattutto vedrà Anabel e Fortunato ed è proprio su quest’ultimo punto che arriviamo alla sequenza dell’incubo, dove l’immagine sarà completamente distorta, rendendo l’ambiente più basso e largo, facendo percepire uno stato d’ansia e tensione, soprattutto quando le due vittime cominceranno a “giocare” con Montresor. Probabilmente questo è l’episodio migliore dell’intera pellicola. 

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E ora passiamo al terzo e ultimo episodio, Valdemar.
Trama:
Valdemar (Vincent Price) è un uomo che soffre di una terribile malattia che presto lo ucciderà e per alleviare il suo dolore si affida alle cure di Mr. Carmichaal (Basil Rathbone), un ipnotista che lo fa andare più volte in trance. Carmichael non chiede nulla in cambio se non un favore: ipnotizzare Valdemar poco prima che muoia. Lui accetta per gratitudine, nonostante la moglie Helene (Debra Paget) e il suo medico (David Frankham) non siano d’accordo. Quando l’ipnosi avviene, Valdemar si ritrova intrappolato tra il mondo dei vivi e quello dei morti e, per quanto supplichi, Carmichael non vuole lasciarlo andare. 

Anche questo episodio tornerà alle atmosfere classiche di Corman e verrà ambientato per lo più in due stanze e Price lo vedremo la maggior parte del tempo sul letto e ipnotizzato. Eppure lui riesce comunque a spaventare per la condizione in cui si ritrova, né morto né vivo, prigioniero di un folle che vuole controllarlo e avere Helene per sé. E proviamo anche molta pietà per il povero Valdemar poiché fin dall’inizio si rivelerà un persona molto buona e comprensibile, arrivando a pregare la moglie di ricominciare una nuova vita con il dottore, vedendo il legame che si era creato. Un personaggio positivo e gentile che purtroppo si fida della persona sbagliata, Carmichael, quest’ultima subdola e viscida. Una storia drammatica che terrorizzerà verso la fine dove torneranno le inquadrature sbilenche e distorte. Un finale a mio avviso davvero ottimo.

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Per concludere, I racconti del terrore è un film antologico davvero interessante e capace di intrattenere dall’inizio alla fine con tre storie molto diverse tra loro e con degli stili registici molto curati. È una pellicola che scorre velocemente e che riguarderei volentieri più volte. Vi consiglio caldamente di recuperarla.

Spero che la recensione vi sia piaciuta. 
Alla prossima!

[The Butcher]

31 pensieri riguardo “I racconti del terrore (1962)

    1. Ogni epoca ha avuto degli horror unici e interessanti. Anche gli horror splatter di oggi in realtà hanno molto da dire. Poi ognuno ha i suoi gusti e posso capire se qualcuno non apprezza quel genere di pellicole. D’altronde l’horror si differenzia in tantissimi sottogeneri affascinanti.

        1. Quell’episodio era meraviglioso. Tra le altre cose si ispirava tantissimo a un film di Mario Bava (soprattutto per quanto riguarda la figura della ragazzina). Un giorno lo porterò sul blog sicuramente.

  1. per fatalità giusto in questo periodo sto leggendo una raccolta di EAPoe e a parte i racconti più famosi la trovo veramente noiosa e ripetitiva
    per gran parte dei racconti è come se parlasse la stessa persona, arrogante e con ambientazioni dotte nei dettagli ma senza dettagli precisi da localizzarle veramente (il racconto a venezia poteva essere ambientato ovunque)

    1. Oh no! Il mio povero Poe! Ha un bel linguaggio molto adatto ai tempi. Inoltre possiamo dire che in più occasioni i suoi personaggi lo rappresentavano. Erano molto simili a lui, con le loro ossessioni, le loro fobie e il loro conflitto interiore. In ogni caso ognuno può avere la sua opinione su qualsiasi autore. Spero che almeno apprezzerai altri dei suoi racconti.

        1. Devi capire che i racconti di Poe sono molto personali. È come se quei personaggi fossero lui. Un po’ com’è successo in seguito con Lovecraft. Anche in quei casi i personaggi erano molto identici e rappresentavano Lovecraft stesso.

            1. E invece lo faccio! XD
              Inoltre Lovecraft è considerato una specie di erede spirituale di Poe e lo stesso Lovecraft diceva di essersi ispirato a lui e di non essere alla sua altezza. Almeno era modesto.

                1. È diventato più famoso e ha certamente avuto più successo di Poe, ma la scrittura di Poe è migliore della sua. Lovecraft ha il pregio di aver creato una vera e propria mitologia complessa e vasta, però a livello di stile tendeva a essere banale quando descriveva le sensazioni che provavano i personaggi, usando sempre parole come terrore od orrore. Quella di Poe era più elaborata, più sottile, riusciva a farti entrare nel ritmo della storia e a farti percepire la paura e l’ansia senza l’utilizzo di quelle parole. Entrambi hanno i propri pregi.

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